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31.07.2019
Pietro Buffa

A proposito dei suicidi dei poliziotti penitenziari: la necessità di una rettifica ma anche di alcune precisazioni

Fascicolo 7-8/2019

A seguito della pubblicazione della riflessione di Gemma Brandi e Mario Iannucci, A proposito dei suicidi dei poliziotti penitenziari, pubblichiamo qui il contributo di replica al predetto scritto a firma di Pietro Buffa, a sua volta autore dell’articolo Il suicidio del personale del Corpo di Polizia penitenziaria, oggetto di commento nella riflessione di cui sopra.


 

Vorrei spendere qualche parola riguardo al contributo[1] del Dr. Iannucci e della Dr.ssa Brandi ai quali va, oltre che un caro saluto, anche il mio personale ringraziamento, sia perché, in più circostanze, mi hanno concesso di pubblicare alcuni miei lavori sulla loro preziosa rivista Il Reo e il Folle, sia perché la loro la puntuale precisazione mi aiuta a meglio argomentare quanto riportato nel contestato articolo[2].

L’argomentazione riportata nel quinto paragrafo oggetto della loro reprimenda è, in effetti, frutto di un errore di calcolo dovuto all’errato raffronto del dato dei suicidi a 10.000 e non 100.000 soggetti appartenenti al Corpo della Polizia penitenziaria[3]. Nonostante i ripetuti controlli effettuati l’errore numerico è rimasto tale e di questo occorre dare atto. Chiederò pertanto alla Rivista di poter pubblicare, con tanto di nota di accompagnamento, la versione corretta ed aggiornata dell’articolo, al fine di non indurre altri in errore.

Ma questa loro osservazione è anche una preziosa occasione per precisare e ribadire alcune cose.

La lettura di qualunque testo offre l’occasione di interpretare le parole ed i pensieri altrui in vari modi e questo, per fortuna, rende vivi i dibattiti e la conoscenza scientifica. Spiace però vedere come un errore, sicuramente grossolano e personalmente doloroso, dia la stura a considerazioni nelle quali ovviamente non posso riconoscermi.

Esattamente la grossolanità dell’errore testimonia, in modo “lapalissiano” come ricordano Iannucci e Brandi, la buona fede. Esattamente la dichiarata volontà di procedere con intento scientifico ha fatto sì che si procedesse con fonti ufficiali e con metodi dichiarati in modo tale da consentire trasparenza analitica e confutazione delle affermazioni effettuate, cosa peraltro puntualmente e fortunatamente avvenuta.

Per dirla tutta il mio errore ha consentito anche a Iannucci e Brandi di correggere un loro errore contenuto nel recente contributo pubblicato sulla Rivista Persona e Danno[4] che riportava una incidenza del fenomeno di ben quattro volte maggiore rispetto a quella della popolazione generale. Infatti nel loro rilevo gli Autori, effettuati i calcoli, hanno riattestato le loro valutazioni a «poco meno di due volte»[5], dato questo sostanzialmente collimante con miei nuovi calcoli che indicano, appunto, una incidenza media di 2.6 volte maggiore rispetto alla popolazione generale con punte che vanno da una sovrarappresentazione di 4.1 volte ad una sottorappresentazione di 0.7 volte.

Ecco che questo, a mio modo di vedere, fa venire meno anche il richiamo, sempre attuale e valido per tutti, alla cura di non «dare lezioni sull’influenza dei pregiudizi»[6].

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Se avere un pregiudizio significa non accontentarsi di opinioni, credenze e consuetudini ma, al contrario, di cercare di approfondirle, allora indubbiamente posso essere mosso da pregiudizi e, d’altra parte, possedere un giudizio prima di averne tentato una confutazione è esattamente quello che impone la ricerca scientifica. È il primo livello ipotetico da cui iniziare.

Partire da questo non significa necessariamente stare su una barricata, soprattutto se tale termine lo si usa nella sua accezione più negativa, ovvero quella settaria e rivendicativa.

Quello dell’incidenza del fenomeno nel campione in esame rispetto alla popolazione in generale è tipicamente uno degli argomenti da barricata perché è funzionale ad introdurne un secondo che va per la maggiore, ovvero che la maggiore incidenza sia dovuta direttamente alle condizioni di lavoro. Di questa impropria lettura ne danno atto anche Iannucci e Brandi che nel loro citato recente contributo non ne negano un suo rilievo, come peraltro neppure chi scrive ha fatto, salvo precisare che altri elementi sono rilevanti dal punto di vista eziologico. In particolare, mi permetto di sottolineare che, tra gli altri, la piena disponibilità di un’arma è indubbiamente un elemento moltiplicatore di rischio e, anche su questo, la letteratura consultata è pienamente concorde.

Se ci si è voluti cimentare nel calcolo di tale incidenza, questo è dipeso non da una malcelata intenzione di alimentare una polemica, quanto dall’intento di verificare ciò che la letteratura scientifica dibatte da tempo in senso ampiamente dubitativo[7].

Se avere un pregiudizio significa non accontentarsi di opinioni, credenze e consuetudini ma, al contrario, di cercare di approfondirle, allora indubbiamente posso essere mosso da pregiudizi e, d’altra parte, possedere un giudizio prima di averne tentato una confutazione è esattamente quello che impone la ricerca scientifica. È il primo livello ipotetico da cui iniziare.

 

Ho letto e riletto il mio articolo e non ho trovato traccia di una mia presunta e dichiarata intenzione di sfatare quello che, a dire di Iannucci e Brandi, riterrei una “leggenda metropolitana”. Credo, viceversa, di aver ben spiegato che non di una leggenda trattasi bensì di una o più visioni del fenomeno rispetto ad interessi precisi, coniugate ad un modo di fare comunicazione pubblica.

D’altra parte è la letteratura nazionale ed internazionale consultata da Lucchetti, e da me riportata, che pone in dubbio la maggiore incidenza del fenomeno tra gli appartenenti alle Forze dell’Ordine[8]. Considerato il taglio comparativo che ho voluto dare al mio contributo ho ritenuto di dover approfondire anche questo aspetto, purtroppo incorrendo in un errore che, tuttavia, non pregiudica l’intero lavoro.

Oltretutto il dato erroneo non ha dato luogo a trionfalismi di sorta. Anzi è stato semplicemente riportato anche perché, come giustamente evidenziato in modo pienamente condivisibile, tutti i dati sull’argomento non dovrebbero dare luogo ad enfatizzazioni quanto essere valorizzati come elementi di conoscenza per interventi di concreta prevenzione che, peraltro, mi sono permesso di elencare, in via pragmatica ed ipotetica, senza ovviamente immaginare di ricomprenderli tutti.

Parimenti non risulta di aver affermato che il mestiere del poliziotto penitenziario eserciterebbe un effetto protettivo.

Qui si tratta di capire un fenomeno per verificare la possibilità di affrontarlo e prevenirlo. Questo è quanto si è cercato di fare nel contributo oggetto del giusto rilievo di Iannucci e Brandi. Giusto almeno nella parte già commentata e relativa ad uno dei dodici paragrafi che lo compongono anche perché altre osservazioni non vengono riportate e, quindi, debbo ritenere siano stati apprezzati tutti gli altri undici.

Per anni ho contestato i dati riferiti ai suicidi delle persone detenute fino a che autorevoli Autori, sostenitori di diverse “visioni”, mi hanno chiesto di collaborare insieme mettendo in comune metodi e visioni. Mi auguro che anche in quest’occasione, e francamente non ho dubbi, non una diversa visione quanto un errore di calcolo consentano identiche comunanze di studio e ricerca.

Per il bene delle persone e non di chi crede alle barricate.

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[1] G. Brandi, M. Iannucci, A proposito dei suicidi dei poliziotti penitenziari, in questa rivista, 24 luglio 2019.

[2] P. Buffa, Il suicidio del personale del Corpo di Polizia penitenziaria, in id., 3 luglio 2019.

[3] Scelta dichiarata al terzo capoverso del quinto paragrafo riportato a pag. 8

[4] G. Brandi, M. Iannucci, I suicidi dei poliziotti penitenziari, in Persona e Danno, 8 giugno 2019.

[5] G. Brandi, M. Iannucci, A proposito dei suicidi, cit.

[6] Ibidem.

[7] S. Roberts, B. Jaremin, K. Lloyd, High-Risk Occupations for Suicide, in Psycological Medicine, 43(06), 2013, pp. 1231 ss.

[8] L. Lucchetti, Caduti senza l’onore delle armi: lo studio e la prevenzione del suicidio nelle forze di polizia, Laurus Robuffo, 2014, pp. 35 e 39.

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