© Valerio Bispuri - 02. Poggioreale, Napoli, 2015
27.05.2020
Susanna Arcieri - Valerio Bispuri

From South America to Italy: photographs of the “invisible”

Interview with Valerio Bispuri

Issue 5/2020

Some pictures of the reportage Prisoners can be found on DPU – the blog, at this link.


 

Alcuni mesi fa è stato pubblicato Prigionieri, il tuo ultimo photoreportage che raccoglie una selezione di scatti realizzati, nell’arco di tre anni, nelle principali carceri italiane. Non si tratta, peraltro, del tuo primo progetto fotografico a tema carcere.

Perché hai scelto proprio il carcere? Che cosa, dell’universo carcere, volevi mostrare all’esterno?

Non è semplice rispondere in maniera sintetica a questa domanda. Diciamo che, fin dall’inizio della mia carriera come fotografo, avevo voglia di conoscere meglio, e quindi anche di raccontare, gli “invisibili”, coloro che non si vedono.

Credo che il mestiere del photo reporter non sia solo quello di raccontare la cronaca, quanto piuttosto le cose che, come dire, restano più nascoste. E di raccontare in profondità, il che significa innanzitutto conoscere, entrare in una situazione; è questa la ragione per cui i miei lavori durano molto tempo. L’idea non è solo quella di far emergere qualcosa come notizia, ma anche e soprattutto di “entrare” in un contesto, conoscere le persone che vivono al suo interno, e quindi capire realmente quello che stai fotografando.

Credo che il mestiere del photo reporter non sia solo quello di raccontare la cronaca, quanto piuttosto le cose che, come dire, restano più nascoste. E di raccontare in profondità, il che significa innanzitutto conoscere, entrare in una situazione; è questa la ragione per cui i miei lavori durano molto tempo

Il progetto sulle carceri è iniziato in Sud America, un po’ per caso. Ero in Ecuador nel 2002 per un altro progetto e, durante una cena di lavoro, mi hanno invitato a visitare un carcere di Quito – in quel periodo stava cambiando il sistema carcerario ecuadoregno –; per curiosità ho accettato l’invito.

L’impatto, in effetti, è stato drammatico. Un’esperienza molto molto forte, anche perché mi sono trovato all’interno del carcere senza alcuna preparazione. Inutile dire, peraltro, che i detenuti erano anche arrabbiati. Mi hanno tirato addosso sacche di urina, credo che si sentissero trattato come animali allo zoo. Sono rimasto Impressionato e ho sentito l’esigenza di capire meglio. Ho allora chiesto se fosse stato possibile visitare altre carceri in Ecuador. Mi hanno concesso i permessi senza problemi e sono entrato in altre setto-otto carceri del paese più per osservare che per fotografare.

Sono poi tornato nella città in cui vivevo, Buenos Aires, e ho iniziato a rendermi conto che volevo sviluppare di più questo tema: capire meglio chi sono i carcerati, che cosa è la galera – mi piace chiamarla “galera”, più che carcere, perché è di questo che parliamo quando abbiamo a che fare con privazione delle libertà, di una galera –; volevo capire veramente cosa volesse dire essere senza libertà. Ho chiesto i permessi anche per carceri argentine, ho fatto richiesta e sono stato autorizzato. Da lì ha iniziato a svilupparsi il progetto.

Ho iniziato a rendermi conto che volevo sviluppare di più questo tema: capire meglio chi sono i carcerati, che cosa è la galera – mi piace chiamarla “galera”, più che carcere, perché è di questo che parliamo quando abbiamo a che fare con privazione delle libertà, di una galera –; volevo capire veramente cosa volesse dire essere senza libertà

D’altra parte, mi interessava anche raccontare il Sud America nel suo complesso, e sono convinto che il carcere sia in un certo senso lo specchio di un paese, “l’altra faccia” di una nazione.

In dieci anni ho visitato in tutto settantaquattro carceri, scattando fotografie che sono poi confluite, nel 2015, nel reportage Encerrados.

Una volta concluso questo lavoro, mi sono dedicato ad altri argomenti. Ho realizzato un progetto sulla droga, intitolato Paco, dopodiché ho cominciato a lavorare sul mondo dei sordi, sul problema della tratta delle donne in Argentina, sulla malattia mentale in Africa. Il filo conduttore era sempre lo stesso: raccontare gli invisibili sulla terra. Encerrados, Paco e Prigionieri sono i miei tre lavori più conosciuti, perché sono stati pubblicati libri e realizzate mostre. Questi tre progetti formano una sorta di trilogia, la “trilogia della libertà perduta”.

Ho realizzato un progetto sulla droga, intitolato Paco, dopodiché ho cominciato a lavorare sul mondo dei sordi, sul problema della tratta delle donne in Argentina, sulla malattia mentale in Africa. Il filo conduttore era sempre lo stesso: raccontare gli invisibili sulla terra

Sono quindi tornato in Italia, dove ho cominciato a presentare Encerrados non nelle librerie, nei teatri e anche all’interno degli istituti penitenziari. In particolare, durante una presentazione nel carcere di Poggioreale, a Napoli, i detenuti mi chiesero perché fossi stato in Sud America a raccontare la vita carceraria e non mi fossi invece rivolto a loro, ai detenuti italiani, per vedere chi sono come vivono. E io, davanti alla platea, in presenza del Direttore del carcere e dei giornalisti, ho risposto: «perché in Italia non mi farebbero mai entrare, senza limiti, in un carcere». A quel punto, il Direttore del carcere all’epoca, Antonio Fullone, mi disse che, se effettivamente fossi voluto entrare a Poggioreale per scattare le mie fotografie, avrei potuto chiedere e ottenere il permesso.

Ho fatto richiesta al Dap, specificando che chiedevo un permesso sostanzialmente senza limiti, che mi consentisse di entrare nelle celle, nei bagni, ecc., ed effettivamente – in virtù sia del fatto che, in quel momento, Encerrados stava riscuotendo un certo successo, sia dell’appoggio del Direttore – ottenni l’autorizzazione.

Durante una presentazione nel carcere di Poggioreale, a Napoli, i detenuti mi chiesero perché fossi stato in Sud America a raccontare la vita carceraria e non mi fossi invece rivolto a loro, ai detenuti italiani, per vedere chi sono come vivono

All’inizio doveva essere una sorta di spin-off di Encerrados, una piccola finestra su un carcere italiano. Da lì, tuttavia, l’idea ha iniziato pian piano a svilupparsi ulteriormente. Dapprima ho pensato che sarebbe stato bello raccontiamo le quattro case circondariali più grandi e più antiche d’Italia, ossia Poggioreale, l’Ucciardone a Palermo, San Vittore a Milano e Regina Coeli a Roma. Ben presto, però, mi sono reso conto che non volevo fermarmi a quelle sole realtà, volevo conoscere anche altre carceri, come la colonia penale di Isili in Sardegna, carceri femminili: come la sessione femminile di Rebibbia o il carcere femminile della Giudecca, ma anche realtà più nuove, come il carcere di Capanne a Perugia; ho visitato luoghi diversi perché volevo avere un quadro il più possibile completo della situazione carceraria italiana.

E ne è venuto fuori un libro, intitolato appunto Prigionieri.

 

 Cosa hai in mente per il futuro? Quale sarà il tuo prossimo progetto?

 Come dicevo all’inizio, ho intrapreso un lavoro dedicato al mondo dei sordi a cui tengo molto, perché è anch’esso un mondo invisibile, molto complesso oltretutto: la sordità, infatti, è un aspetto difficile da rappresentare, perché non è immediatamente visibile. Bisogna giocare più che altro sulla profondità, sui gesti, sugli sguardi; non tanto sull’immagine in sé.

C’è poi un altro lavoro che ho iniziato da un anno e mezzo – che per me è veramente poco tempo! – sulla malattia mentale in Africa. Sono stato in Zambia e in Kenya; in Africa, in questo momento, si sta facendo molto a livello di istituzioni per cercare di dare voce ai malati mentali, che fino a poco tempo fa erano completamente abbandonati. In parte lo sono ancora, per la verità.

© Valerio Bispuri - 06. Carcere di San Vittore, Milano, 2018

Infine, un terzo progetto che porto avanti ormai da diversi anni è quello sulla tratta delle donne. In Argentina centinaia di donne semplicemente “spariscano”, vengono vendute come schiave.

Il lavoro della malattia mentale è solo all’inizio, quelli sulla sordità e sulla tratta sono in fase più avanzata, siamo verso alla conclusione.

Mi sto anche riaffacciando sul mondo Rom, che è stato oggetto del mio primo lavoro, Gypsies, realizzato ormai 15, 20 anni fa.

 

Esiste una relazione importante è tra carcere e malattia mentale. Nell’ambito del progetto Prigionieri, sappiamo che hai visitato alcuni reparti che ospitano detenuti con problemi mentali. Cosa puoi dirci di quei luoghi?

Purtroppo, non ho potuto scattare fotografie in quei luoghi. Per una semplice ragione: i detenuti con patologie psichiatriche non erano in condizione di firmare la liberatoria. Tutti i detenuti che ho fotografato, infatti, devono prestare il proprio consenso attraverso la sottoscrizione di una liberatoria. I malati mentali erano in condizioni così serie che non avevano la facoltà per firmarmi una liberatoria.

La cosa che mi ha colpito di più, quando ho visitato i reparti psichiatrici, è il fatto che, alla mia domanda al personale penitenziario su cosa avessero commesso quei detenuti, nessuno mi sapeva dare una risposta. Ricordo di aver respirato un clima di “abbandono” all’interno di quei luoghi.

La cosa che mi ha colpito di più, quando ho visitato i reparti psichiatrici, è il fatto che, alla mia domanda al personale penitenziario su cosa avessero commesso quei detenuti, nessuno mi sapeva dare una risposta

Nella tua “trilogia della libertà perduta”, oltre che di carcere, ti sei occupato anche di droga, con il progetto del 2017 Paco, che hai menzionato poco fa.

Ecco, un’altra relazione importante è quella tra carcere e tossicodipendenza. Le statistiche, infatti, ci dicono che circa un quarto dei detenuti italiani sono tossicodipendenti. Sulla base della tua esperienza, quale è il rapporto tra droga e carcere (in Sud America, ma anche in Italia)?

Rispetto all’uso di droghe in carcere, in Italia non ho avuto alcuna esperienza diretta. C’è un reparto dedicato ai tossicodipendenti quasi in ogni carcere, soprattutto in quelli più grandi. Sono tenuti separati dagli altri detenuti. In Sud America è diverso sì, lì gira tantissima droga in carcere, così come girano armi, coltelli, in Venezuela anche pistole. La corruzione è un problema enorme in Sud America, ragion per cui è molto facile far entrare armi o droga. In Italia no, non ho mai riscontrato nulla di simile.

 

Quali sono le principali differenze fra la realtà carceraria del Sud America e quella italiana?

Come dicevo prima, secondo me il carcere è lo specchio del paese, e in questo caso emergono due immagini molto diverse. In Sud America c’è molta più solidarietà, ma anche molta più violenza. I detenuti si aiutano molto fra loro, c’è un gran senso di comunità, ma questa comunità è anche l’altra faccia della violenza. In Italia è l’esatto il contrario, c’è molta meno violenza ma anche molta più solitudine. Non a caso in Sud America la percentuale di suicidio è molto bassa mentre in Italia e in Europa è una delle problematiche più importanti.

© Valerio Bispuri - 08. Regina Coeli, Roma, 2016

Quello della solitudine è un concetto che ricorre spesso nelle tue riflessioni. In particolare, con riguardo al progetto Prigionieri, hai scritto che, dalla tua esperienza nelle carceri italiane, hai ricavato un’idea di «solitudine sconfinata: i detenuti sono permanentemente a contatto tra di loro, eppure sono sempre soli, in qualunque momento della giornata»[1].

Puoi spiegarci meglio cosa intendi?

Quasi basato tutto il lavoro di Prigionieri si basa sul concetto di solitudine; in questo senso, il carcere è un luogo un po’ paradossale, in cui sei sempre solo e non lo sei mai. Sei sempre a contatto con altre persone, ma ognuno è per sé.

Il carcere è un luogo un po’ paradossale, in cui sei sempre solo e non lo sei mai. Sei sempre a contatto con altre persone, ma ognuno è per sé

Una volta un detenuto mi ha detto una cosa che mi ha fatto molto riflettere. Gli avevo chiesto se avesse voglia di occuparsi di una cosa e la sua risposta fu: «non ho tempo». Ma come non hai tempo, gli chiesi. Parlandoci, e pensandoci su, ho poi capito che il tempo, dopo un certo momento, in carcere comincia a correre. È paradossale; il tempo, che all’inizio ti sembra non passare mai, dopo un po’ diventa velocissimo.

Il tempo, dopo un certo momento, in carcere comincia a correre. È paradossale; il tempo, che all’inizio ti sembra non passare mai, dopo un po’ diventa velocissimo

Nelle tue precedenti interviste, hai raccontato di come, per l’intera durata del progetto Prigionieri, hai avuto modo di conoscere alcuni detenuti, fermandoti a pranzare con loro e condividendo momenti anche intensi e personali. Da quello che hai potuto osservare, è possibile costruire rapporti forti, relazioni profonde, all’interno del carcere?

È difficile. Di rapporti importanti ne ho visti pochi, molto pochi. Ognuno è molto chiuso su se stesso, sulle sue. C’è molto individualismo. Forse anche perché, spesso, nelle carceri, dopo qualche anno ti spostano. Altro istituto, altra situazione, altre persone. Non si rimane mai per dieci, quindici anni nello stesso carcere.

   

È stato difficile, per te personalmente, entrare in relazione con i detenuti?

Le loro reazioni di fronte alla mia presenza erano all’inizio contrastanti, ma di base sempre positive. Erano contenti di avere a che fare con qualcuno che veniva da fuori; per loro era una cosa nuova, bellissima, essere accolti da una persona che non fosse un parente o un altro detenuto. Quasi tutti hanno capito il mio progetto e ne hanno apprezzato lo spirito e mi hanno aiutato a realizzarlo.

  

Quali reazioni ha suscitato la tua idea di dedicare un reportage fotografico alle carceri italiane?

Mah, sai, da sempre combatto contro l’indifferenza – se non addirittura con l’ostilità – delle persone nei confronti degli “invisibili”. Fin dal mio primo lavoro con i Rom: per molte persone tutti i Rom sono delinquenti, rubano, ecc.

Allo stesso modo, sono in molti a ritenere che i carcerati debbano “marcire in prigione”. Certo, non tutti la pensano così, ma purtroppo questa tendenza esiste: se qualcuno ha fatto del male, merita di stare lì a marcire. La realtà, ovviamente, è molto più complessa è articolata. L’essere umano è sempre un individuo, in qualsiasi condizione ed esistenza.

L’essere umano è sempre un individuo, in qualsiasi condizione ed esistenza

[1] V. Bispuri, Viaggio nella libertà perduta, in Prigionieri, Contrasto, 2019, p. 1.

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