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13.05.2020
Paola Emilia Cicerone - Roberta Villa

COVID-19. What we know and what we (still) don’t know

A conversation with Roberta Villa

Watch the video of the interview with Roberta Villa, carried out on April 23, 2020

Issue 5/2020

Here we publish the reflection by Paola Emilia Cicerone, “On the sidelines of the conversation with Roberta Villa”.

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Il Coronavirus sta cambiando il nostro mondo e il nostro modo di vivere. L’ha già cambiato, in un certo senso, riportandoci a un’epoca in cui le malattie infettive facevano davvero paura.

È vero, oggi la ricerca ci offre strumenti importanti per combattere la malattia, ma i prossimi mesi, o anni, dovranno servire anche a ripensare un sistema sanitario che non è riuscito a fronteggiare l’emergenza, e a ragionare sul ruolo della scienza in una società moderna.

Sono le riflessioni che emergono dalla conversazione dello scorso 23 aprile con Roberta Villa, giornalista laureata in medicina e comunicatrice, una delle voci più chiare e apprezzate della comunicazione scientifica, che anche in questa pandemia si è spesa per aiutare le persone a capire e a districarsi in un mare di informazioni spesso contraddittorie o confuse. «Con la pandemia si è chiusa un’epoca, quella iniziata al tempo in cui le vaccinazioni hanno contribuito a far sparire le malattie infettive più pericolose», spiega Villa. Per sessant’anni abbiamo vissuto con l’idea che i veri problemi sanitari fossero altri – soprattutto patologie oncologiche e cardiovascolari – oggi invece ci rendiamo conto che i virus sono un pericolo da cui dobbiamo difenderci. E che dobbiamo, almeno per il momento, accettare l’idea di convivere con una quota di rischio in più.

In realtà non si è trattato di un fulmine a ciel sereno: da anni l’OMS segnalava il rischio di una pandemia, chiedendo agli stati di prepararsi con un piano dettagliato, che permettesse di gestire l’emergenza e garantisse riserve di dispositivi di protezione in quantità adeguata[1], mentre in realtà ci siamo trovati impreparati quando il virus si è diffuso. A maggior ragione perché si tratta di una patologia nuova, di fronte alla quale anche la scienza non è in grado di fornire risposte preconfezionate.

Da anni l’OMS segnalava il rischio di una pandemia, chiedendo agli stati di prepararsi con un piano dettagliato, che permettesse di gestire l’emergenza e garantisse riserve di dispositivi di protezione in quantità adeguata, mentre in realtà ci siamo trovati impreparati quando il virus si è diffuso

«Nella comunicazione di una crisi, è fondamentale anche ammettere che ci sono domande cui, al momento, non possiamo rispondere», ricorda Villa. E questa crisi ha contribuito anche a far emergere un’immagine distorta della scienza, pensiamo per esempio a come il ministro per gli Affari Regionali, Francesco Boccia, ha insistentemente chiesto «maggiori certezze» alla comunità scientifica[2].

«Stiamo pagando anche l’atteggiamento di una certa parte del mondo scientifico, di quanti da tempo promuovono l’idea di una scienza dogmatica, detentrice di una verità incontestabile», ricorda Villa. Mentre in una situazione come questa il ruolo della scienza – e a maggior ragione dei singoli scienziati, ognuno dei quali vede aspetti particolari della situazione secondo le proprie competenze – dovrebbe essere quello di dare informazioni, di affrontare in modo trasparente i problemi sul tappeto e i dubbi espressi dai cittadini. Anche quando si tratta di comunicare incertezza.

«È importante sottolineare, poi, che non spetta alla scienza decidere se e come ripartire», precisa Villa: «il compito dei ricercatori è quello di fornire ai politici le informazioni necessarie per assumere decisioni».  Che devono essere prese valutando i diversi aspetti del problema: non ha senso contrapporre, come fanno molti, tutela della salute ed esigenze economiche, visto che la crisi economica pesa in vario modo sulla salute e sul benessere dei cittadini.

Stiamo pagando anche l’atteggiamento di una certa parte del mondo scientifico, di quanti da tempo promuovono l’idea di una scienza dogmatica, detentrice di una verità incontestabile», ricorda Villa. Mentre in una situazione come questa il ruolo della scienza […] dovrebbe essere quello di dare informazioni, di affrontare in modo trasparente i problemi sul tappeto e i dubbi espressi dai cittadini. Anche quando si tratta di comunicare incertezza

Mentre oggi c’è la tendenza a mettere in secondo piano quanto non appare strettamente legato all’emergenza Coronavirus, ignorando tutta una serie di criticità, sanitarie e non: dalle patologie croniche alla salute mentale, al blocco di tutti i programmi di screening sanitario – che non potrà non avere conseguenze sulla salute della popolazione –, ai problemi delle famiglie e soprattutto di bambini e ragazzi, particolarmente di quanti vivono in contesti familiari difficili.

Restano sotto i riflettori la situazione degli ospedali e quella delle residenze per anziani, dove in Lombardia – ma non solo – si è concentrato un gran numero di decessi: «le RSA hanno registrato un picco di contagi in tutto il mondo, ma certamente in alcune strutture della Lombardia si sono verificate delle situazioni particolarmente gravi, su cui aspettiamo l’esito delle indagini avviate dalla magistratura», osserva Villa. «La nostra regione è stata colpita dall’ondata più violenta e prima delle altre, per cui una prima difficoltà di risposta è comprensibile. Nel corso delle settimane sono emerse però inadempienze meno giustificabili: l’insistenza sulle mascherine per la popolazione generale, mentre i medici di famiglia non erano stati dotati di dispositivi di protezione adeguata, o la lentezza con cui sono state introdotte procedure che tutelassero pazienti e sanitari, come la ricetta elettronica per i pazienti cronici, di cui si parlava da anni».

Per non parlare del ritardo nella creazione delle unità mediche destinate ad affiancare i medici di famiglia nell’assistenza a domicilio dei malati di COVID-19: non solo per l’inadeguatezza dei numeri – «fino a qualche giorno fa, a Milano erano attive due squadre con diciotto medici», ricorda Villa – ma anche per le competenze loro attribuite – che non prevedono, tra l’altro l’esecuzione di tamponi – e le procedure burocratiche previste per la loro attivazione, del tutto inadeguate a una situazione in cui servono interventi tempestivi e garanzie per i pazienti.

«In tutta la crisi, le istituzioni hanno magnificato le proprie azioni senza riconoscere alcun errore, provando a sollevarsi da ogni responsabilità con una comunicazione colpevolizzante nei confronti del pubblico, si tratti dell’occasionale runner o della famosa “fuga” verso il sud, un fenomeno, quest’ultimo, in realtà numericamente ristretto e che non ha per fortuna avuto gravi conseguenze», osserva Villa.

La reazione dell’opinione pubblica, in molti casi, è stata quella di cercare una soluzione miracolosa in grado di risolvere il problema: si spiega così l’attesa quotidiana per i dati sui contagi, analizzati con attenzione nonostante fosse evidente che si trattava di cifre approssimative, in una situazione in cui il numero reale dei contagiati resta la grande incognita. Ma anche la fiducia in singole misure come i test o i tamponi, l’adozione delle mascherine, o l’app su cui si sta discutendo in questi giorni. «Dovremmo invece renderci conto che siamo di fronte a un problema complesso, per cui non esiste “una soluzione”», sottolinea Villa. A oggi, tamponi e test sierologici non danno certezze, «anzi, mi preoccupa molto che si creino false sicurezze, che potrebbero avere conseguenze anche dal punto di vista giuridico», osserva Villa.

«In tutta la crisi, le istituzioni hanno magnificato le proprie azioni senza riconoscere alcun errore, provando a sollevarsi da ogni responsabilità con una comunicazione colpevolizzante nei confronti del pubblico» […] La reazione dell’opinione pubblica, in molti casi, è stata quella di cercare una soluzione miracolosa in grado di risolvere il problema

Non è pensabile attribuire patenti di immunità quando non sappiamo ancora se chi ha sviluppato anticorpi sia davvero immune a un nuovo contagio, né penalizzare soggetti che non sono entrati in contatto col virus per rispettare la quarantena.  «Avrebbe più senso, semmai, comportarci tutti come soggetti potenzialmente contagiosi, rispettando per quanto possibile misure prudenziali», spiega Villa. Per quanto riguarda la app “Immuni”, ammesso che venga scaricata da un numero sufficiente di utenti, non è ancora chiaro come la vicinanza a un potenziale malato possa attivarsi, e non si può pensare di chiudere in casa per due settimane chiunque sia venuto anche marginalmente in contatto con un soggetto positivo al tampone.

Ma soprattutto, osserva Villa, questi dispositivi servono a poco se non ci si preoccupa di gestire le persone che hanno contratto l’infezione, isolandole e trattandole.

«Bisogna ripensare l’intero sistema, creare forme di smart working e ammortizzatori sociali che consentano a liberi professionisti e dipendenti di stare in casa anche a fronte di disturbi leggeri», conclude Villa. «E bisogna prepararsi ad assisterli dal punto di vista sanitario ma anche nelle necessità quotidiane, magari coinvolgendo le realtà di volontariato, che in altri paesi hanno dato un contributo importante su questo terreno».

Siamo in attesa di terapie efficaci, o forse del vaccino che comunque richiederà, anche nel caso più fortunato, mesi di sperimentazione e uno sforzo organizzativo a livello mondiale: lo scenario su cui dovremo continuare a riflettere nei prossimi mesi non è fatto di soluzioni miracolistiche, ma di impegno comune, di vigilanza e di umiltà.

Lo scenario su cui dovremo continuare a riflettere nei prossimi mesi non è fatto di soluzioni miracolistiche, ma di impegno comune, di vigilanza e di umiltà

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[1] Cfr. WHO, Global influenza strategy 2019-2030, 2019, a questo link.

[2] La notizia è riportata in diversi articoli di stampa, tra cui, ad esempio, Coronavirus, il ministro Boccia vuol fare lezione agli scienziati: “Ci dia certezze inconfutabili, altrimenti non è scienza”, ne Il Fatto Quotidiano, 14 aprile 2020, e M. Guerzoni, Coronavirus, Boccia: chi vuole riaprire ne sarà responsabile. E ora gli scienziati diano risposte chiare, ne Il Corriere della sera, 13 aprile 2020.

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