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25.03.2020
Susanna Arcieri - Raffaele Bianchetti - Marcello Longhi

Poverty today. A proposal for a “new start”

Interview with Fr. Marcello Longhi

Issue 3/2020

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Chi frequenta la mensa di Opera San Francesco? In altre parole, chi sono i “poveri”, oggi?

I poveri, fondamentalmente, sono persone che portano delle ferite relazionali, delle ferite affettive. Si tratta di ferite che, prima di manifestarsi all’esterno ed essere quindi visibili agli altri (come il fatto di non lavarsi, di non mangiare o di bere alcolici in giro per le strade), colpiscono l’”interno” delle persone, riguardano cioè i percorsi personali, di relazione. Quindi, direi che i poveri di oggi, nella stragrande maggioranza dei casi, sono persone che hanno visto la loro vita affettiva e relazionale andare in frantumi.

Di conseguenza, sono persone che sono andate in crisi prima di tutto con se stesse, che hanno smesso di avere stima di sé e di credere nelle proprie capacità (o nelle proprie “competenze”, come le chiamano adesso) e, quindi, si sono lasciate andare. Sono persone la cui vita gli si è rotta in mano. E che, a seguire, diventano un problema per gli altri.

Questa fragilità personale, paradossalmente, è spesso più “cruda” per gli Italiani, rispetto agli stranieri. Questi ultimi, infatti, sono persone in transito, che arrivano da situazioni di vita orribili e che, a volte, vengono da noi con la speranza di poter ripartire e con il desiderio di vivere in un mondo diverso da quello che hanno abbandonato. Molti di questi non italiani sono giovani, sono forti ed hanno già superato tante prove della vita. Gli Italiani, invece, sono più colpiti, sono più avanti con l’età e, forse, hanno una minore voglia di ripartire… Tutti, però, sono legati da questa drammatica ferita relazionale.

Sono persone che sono andate in crisi prima di tutto con se stesse, che hanno smesso di avere stima di sé e di credere nelle proprie capacità […]. Sono persone la cui vita gli si è rotta in mano. E che, a seguire, diventano un problema per gli altri

La forma più brutta di povertà che io vedo, oggi, è quella caratterizzata dal fatto che una persona diventa “invisibile”, nel senso che non si sente più guardata da nessuno e, al contempo, nessuno la vede più come una persona. Insomma, si è poveri quando nessuno ti vede, nessuno ti considera. Semplicemente smetti di esistere, non ci sei, dunque… non sei neanche un problema. Questa è la peggiore forma di povertà.

Poi c’è una povertà meno brutta, che fa meno paura e che è meno dolorosa. È la povertà di chi non ce la fa a mangiare, a lavarsi e a curarsi.

Si è poveri quando nessuno ti vede, nessuno ti considera. Semplicemente smetti di esistere, non ci sei, dunque non sei neanche un problema. Questa è la peggiore forma di povertà

Un’altra povertà grave che colpisce tutti e, in particolare, gli Italiani (perché, come dicevo, sono un po’ più su di età, intorno ai cinquant’anni) è la povertà della cura. Per questo motivo il nostro poliambulatorio è sempre più frequentato da persone che risolvono il problema della propria salute “semplicemente” non curandosi o rimandando le cure, ad esempio dentarie, di anno in anno. Da quanto ho potuto osservare, si tratta di un problema che colpisce in particolar modo le famiglie con bambini. Quindi, paradossalmente, chi ha figli e non ce la fa economicamente a sostenere le spese della vita si vede colpito anche sul diritto alla salute.

Tutto questo in una città come Milano, cioè in un contesto socio-economico dove c’è anche tanta eccellenza, dove ci sono tante realtà. Ieri, ad esempio, sono stato in un’azienda che ci darà una mano per una campagna rivolta alla raccolta di cibo. Ebbene, in quell’azienda ho visto uno splendido ambiente di lavoro ed ho pensato a chi il lavoro non riesce a trovarlo e a chi non sarebbe certamente in grado di mantenerlo, in un ambiente di quel tipo. Per cui, abbiamo da una parte l’eccellenza e, dall’altra parte, un essere tagliati fuori da tutti e da tutto. Questo mi fa molto pensare, perché credo che lo splendore di una civiltà si misuri non dal fatto che ci siano cime meravigliose a fianco di valli piene di miseria e disperazione, ma dal fatto che si viva in una realtà in cui le persone si prendono cura, insieme, della ricerca di un benessere collettivo. Del resto, l’eccellenza si misura anche dal fatto che un essere umano non viene abbandonato al degrado assoluto da un altro essere umano.

Abbiamo da una parte l’eccellenza e, dall’altra parte, un essere tagliati fuori da tutti e da tutto. Questo mi fa molto pensare, perché credo che lo splendore di una civiltà si misuri non dal fatto che ci siano cime meravigliose a fianco di valli piene di miseria e disperazione, ma dal fatto che si viva in una realtà in cui le persone si prendono cura, insieme, della ricerca di un benessere collettivo

Qual è lo stato dei servizi sociali a disposizione di queste persone nel nostro paese?

Non ho le competenze per entrare in un’analisi istituzionale o quantomeno politica della questione. Capisco, però, che oggi le persone, per la nostra società, sono sostanzialmente un costo. Vengono osservate, considerate e conteggiate come centri di costo. Una persona che porta problemi, non necessariamente un individuo senza fissa dimora o caduto in povertà, ma semplicemente una persona “diversa”, è considerata pericolosa dal sistema sociale perché rappresenta un costo da sopportare. E, purtroppo, la logica è quella di abbattere i costi. Solo che così facendo si abbattono anche le persone e, quindi, una parte della collettività. Infatti, proprio in ragione di questa logica, le persone che hanno bisogni di tipo assistenziale o medico-sanitario sono viste come una minaccia per l’equilibrio socio-economico della comunità. Quindi, l’idea che oggi vedo dilagare nella nostra società è quella per cui dobbiamo difenderci dal costo che alcune persone possono rappresentare.

Alla base di questo discorso, c’è anche un tema di onestà sociale, di giustizia sociale. Se una persona ha pagato le tasse per tanti anni, perché non deve poter usufruire dei servizi per cui ha pagato? Qualcuno potrebbe dire: eh, ma i barboni le tasse non le hanno mai pagate! Ora, al di là del fatto che non è affatto detto che non le abbiano mai pagate, ritengo che – anche laddove fosse così – queste persone facciano comunque parte di una comunità. Questo vuole dire che devono poter contare sul fatto di essere considerati dagli altri. Un cittadino è sempre un cittadino. Per usare un termine più vicino al mio modo di pensare, una persona è sempre una persona. È sempre un essere umano.

Questo è un tema molto delicato. Mi rendo conto che, purtroppo, non siamo in un momento economico particolarmente florido, ma mi sembra davvero squallido andare a strappare la carne di dosso a chi è già ridotto all’osso. Anche questa, secondo me, è una questione di onestà sociale, di onestà istituzionale. Anche perché quando una collettività comprende al suo interno un’intera fascia di popolazione che vive nella disperazione e nel dolore, la società stessa, ossia quella medesima collettività di persone, diventa instabile. Infatti, quando una persona non ha davvero nulla da perdere ed è disperata, diventa pericolosa per sé e per gli altri.

Quando una collettività comprende al suo interno un’intera fascia di popolazione che vive nella disperazione e nel dolore, la società stessa, ossia quella medesima collettività di persone, diventa instabile. Infatti, quando una persona non ha davvero nulla da perdere ed è disperata, diventa pericolosa per sé e per gli altri

Penso, ad esempio, ad alcuni minori stranieri non accompagnati che entrano all’interno di alcuni circuiti “criminali” e che – lo si vede chiaramente non hanno più nulla da perdere. Oppure penso ad alcune persone che si trovano in carcere, il quale, come ho letto di recente, è diventato una sorta di discarica sociale, il luogo dove vengono posteggiate anche le persone che non si vogliono tenere “vicine”.

In questo modo, il carcere diventa una specie di vasca infernale. Un luogo dove vengono rinchiuse non solo le persone che hanno commesso dei reati ma anche coloro che vengono ritenuti fastidiosi e pericolosi.

Una persona povera può avere anche commesso degli errori nel corso della sua vita, ma non per questo deve essere esclusa dal resto della società. Senza contare che – questo va detto chiaramente – la condizione di povertà non è necessariamente la conseguenza di errori, perché, ad esempio, quando la vita comincia a girare in modo inverso (hai cinquantacinque anni, la tua azienda chiude o delocalizza, perdi il lavoro, ti ammali, etc.), non hai commesso alcun errore: eri semplicemente un persona per bene, non preparata a questo cambio di vita, che vede saltare ogni equilibrio della sua esistenza e che, per questo, si perde.

Il carcere diventa una specie di vasca infernale. Un luogo dove vengono rinchiuse non solo le persone che hanno commesso dei reati ma anche coloro che vengono ritenuti fastidiosi e pericolosi. Una persona povera può avere anche commesso degli errori nel corso della sua vita, ma non per questo deve essere esclusa dal resto della società

Qual è l’atteggiamento della società di oggi nei confronti dei poveri?

Per fortuna, assisto quotidianamente al miracolo della solidarietà. Ci sono persone e ci sono aziende che ci contattano per mettersi a disposizione, dichiarando di voler aiutare il prossimo. Sono tantissime le aziende che vorrebbero far fare ai loro dipendenti un’esperienza di volontariato. C’è una società, ad esempio, con circa un migliaio di dipendenti che ci ha detto che potrebbe mettere a nostra disposizione quasi trecento volontari.

Devo dire che, qui a Milano, vedo un sincero e onesto desiderio di solidarietà. Purtroppo, però, vedo anche tanta ignoranza e dove c’è ignoranza c’è pure tanta cattiveria. Infatti, una scarsa conoscenza delle cose, unita a pregiudizi di partenza e al disprezzo iniziale verso l’altro, sono terreno fertile per l’intolleranza e per istanze punitive indirizzate a coloro che sono finiti in povertà, per il solo fatto di essere finiti in povertà. È come se la “società perbene” volesse punire, per ragioni di insicurezza e paura, tutti gli altri.

Però non posso negare – anzi, ringrazio il buon Dio e tutti coloro che ci sostengono – che c’è tanta gente che crede sinceramente nell’importanza della solidarietà. A volte penso che chi ha uno sguardo intelligente, uno sguardo buono ed altruista nei confronti della vita, possa rendere un buon servizio anche nell’ambito di strutture dello Stato, e non solo all’interno di realtà private. Se solo la gente venisse accompagnata un po’ di più nel mondo della solidarietà, sono convinto che sarebbero moltissime le persone disposte a dare una mano agli altri. L’importante, alla fine, è che il progetto sia buono, poi la gente arriva.

Io sono fiducioso, mi spaventa però l’ignoranza. Specie quella che si concretizza nel “non voler sapere” alcunché dell’altro e della sua storia. Questo discorso ci riporta a tutti coloro che negano la storia. Negando la storia, costoro si ergono a nuovi magnati, a nuovi benefattori della società: negano i fatti storici e fanno proseliti per diffondere l’odio.

Qui a Milano, vedo un sincero e onesto desiderio di solidarietà. Purtroppo, però, vedo anche tanta ignoranza e dove c’è ignoranza c’è pure tanta cattiveria. Infatti, una scarsa conoscenza delle cose, unita a pregiudizi di partenza e al disprezzo iniziale verso l’altro, sono terreno fertile per l’intolleranza e per istanze punitive indirizzate a coloro che sono finiti in povertà, per il solo fatto di essere finiti in povertà

Tutto nasce dal non voler sapere, dal non voler guardare, dal non voler conoscere e riconoscere l’altro. Alle persone che non riescono a venire a fare volontariato da noi presso la mensa dei poveri, dico sempre di venire a cena, almeno per una volta. Non mangeranno, di certo, come ad un ristorante a dieci stelle, ma avranno modo di guardare in faccia altre persone, avranno modo di superare le loro paure e il loro disprezzo. Dico sempre loro: provate ad incontrare queste persone, a chiedervi che cosa c’è dietro a quel paio d’occhi e quale potrebbe essere il motivo per cui quella persona si trova qui, alla mensa dei poveri.

Sono convinto che questo genere di incontro cambierà il loro punto di vista, il loro registro di ascolto. Del resto, chi incontra in modo sincero e onesto la povertà benedice quello che ha e smette di lamentarsi per quel che non ha; acquisisce una maggiore serenità personale e, soprattutto, la smette di stressarsi l’esistenza per inseguire una ricchezza che spesso fa sangue.

Dico sempre loro: provate ad incontrare queste persone,a chiedervi che cosa c’è dietro a quel paio d’occhi e quale potrebbe essere il motivo per cui quella persona si trova qui, alla mensa dei poveri

In una recente intervista per il programma “Tagadà” di La7, ha parlato della possibile costruzione di “percorsi di ripartenza” per le persone che frequentano la mensa. Che cosa significa?

Si tratta di un progetto nato tempo fa che, in questo momento, sta prendendo finalmente forma. In particolare, stiamo cercando di imparare dalle varie realtà milanesi di eccellenza, come ad esempio la Casa della Carità, “come fare” per prenderci cura in modo intelligente delle persone che vivono in strada.

Stiamo imparando da loro, e con loro, a creare una rete umana, fatta di relazioni umane vere, dentro la quale le persone che hanno “fallito” nella loro vita possano, grazie al sostegno degli altri e alle proprie competenze, tornare a credere nelle loro potenzialità e trovare il coraggio di riproporsi all’interno della società, rimettendosi in gioco sul piano lavorativo ed esistenziale, a cominciare dall’autonomia abitativa.

Stiamo imparando […] a creare una rete umana, fatta di relazioni umane vere, dentro la quale le persone che hanno “fallito” nella loro vita possano, grazie al sostegno degli altri e alle proprie competenze, tornare a credere nelle loro potenzialità e trovare il coraggio di riproporsi all’interno della società, rimettendosi in gioco sul piano lavorativo ed esistenziale, a cominciare dall’autonomia abitativa

Ecco, nell’ambito di questo percorso, mi sto rendendo conto sempre di più che non si può mai parlare di autonomia affettiva. Possiamo parlare di autonomia abitativa, lavorativa, economica, ma non possiamo mai parlare di autonomia relazionale e/o affettiva. Infatti, per quel che ho visto, solo coloro che sono sostenuti sul piano relazionale riescono effettivamente a ripartire con il lavoro e con tutto il resto.

Il nostro sogno è costituire un ambiente umano, nel quale un gruppo di venticinque, trenta persone possa trovare, con altri che le sostengono, la forza di ripartire, andando anche a rileggere la loro vita, la loro storia, i loro sbagli e i loro fallimenti. Queste persone dovranno pagare, ovviamente, quello che c’è da pagare, perché tra loro c’è anche chi ha commesso dei reati, ma poi dovranno poter ripartire all’interno di un percorso chiaro e scadenzato.

Personalmente, conosco l’esperienza dell’Accademia per l’Integrazione di Bergamo. È una realtà che mi piace molto, con una struttura bellissima, che va bene però per chi è giovane, per chi ha forze interiori sufficienti a ripartire da solo e si butta con entusiasmo nella vita. Per i nostri utenti, invece – che sono persone più avanti negli anni (perlopiù quaranta, cinquantenni), con energie e aspettative differenti –, questo modello purtroppo non funziona. Per loro ci vuole un occhio particolare, una maggiore capacità di personalizzare i percorsi. Occorre elaborare progetti concreti di ripartenza.

Il nostro obiettivo, quindi, è quello di imparare da tutte queste realtà. Un altro esempio è la comunità di Sant’Egidio di Roma: da loro vogliamo imparare il calore. I romani sono dei casinisti – si dice –, però hanno un grande cuore. Noi siamo molto organizzati ma abbiamo un cuore di ghiaccio. Il sogno è questo. Adesso il problema grosso che abbiamo davanti a noi è quello di dialogare con il territorio. La difficoltà maggiore, temo, sarà quella di farci accettare. Ma è il lavoro che faremo nei prossimi tre-quattro anni.

Ho sentito dire che c’è un tempo di vita in strada decorso il quale non c’è quasi più niente da fare. Se riesci ad intercettare una persona entro due o tre anni, riesci ancora ad innescare in lui o in lei un cambiamento, ad intercettare le sue energie vitali. Se un individuo, invece, sta troppo tempo in strada allora è perso. La strada è devastante, distrugge, è un mondo violentissimo, ti divora dentro e a un certo punto non ce la fai più.

Io non mi illudo che riusciremo a far rinascere la speranza in tutte le persone che ci frequentano. No, non ci credo. Penso però che tutto è possibile e che vale la pena provarci.

C’è un tempo di vita in strada decorso il quale non c’è quasi più niente da fare. Se riesci ad intercettare una persona entro due o tre anni, riesci ancora ad innescare in lui o in lei un cambiamento, ad intercettare le sue energie vitali. Se un individuo, invece, sta troppo tempo in strada allora è perso. La strada è devastante, distrugge, è un mondo violentissimo, ti divora dentro e a un certo punto non ce la fai più

Occorre cominciare da ciò che è possibile, al resto penserà Dio. L’alternativa è non far nulla, che significa contribuire al peggio.

Ritengo che i progetti di ripartenza come il nostro non possano essere concepiti ed utilizzati per i grandi numeri, ammucchiando centinaia di persone. Sarebbe bello, piuttosto, pensare di moltiplicare l’esperienza in piccoli centri, dove i rapporti che si instaurano possono essere ancora personali, dove ognuno può essere accompagnato in maniera individuale.

 

Povertà e diritto penale… qual è il rapporto tra l’una e l’altro?

Noi, grazie a Dio, possiamo contare sulla collaborazione professionale di un avvocato penalista che ci dedica un po’ del suo tempo e, con il suo aiuto, ci facciamo carico di seguire persone desiderano “fare pace” con i propri reati. Devo dire che non ho trovato, nelle persone che ho incontrato, racconti di violenze anche istituzionali particolarmente gravi.

Quel che ho riscontrato, invece, è che la giustizia è di una lentezza esasperante e questo è un problema serio per le persone che vogliono mettere a posto le cose e cercare di ripartire con la loro vita.

In quest’ultimo periodo, abbiamo un grosso problema con un nostro ospite, non tanto per i danni che ci ha creato, quanto per il pericolo da lui causato per sé e per gli altri. Questa persona (straniera) diventava spesso violenta e ingestibile. Dobbiamo comunque ringraziare questa persona, perché con il suo atteggiamento ci ha fatto capire che c’era bisogno di una presenza discreta che tenesse a freno certe esagerazioni comportamentali. Abbiamo infatti dovuto rivolgerci, per forza di cose, a un “guardia”, che presenziasse durante il servizio in mensa e garantisse la sicurezza di tutti.  Fortunatamente è una persona di buon senso, che sa dialogare e “ha testa”. Ci siamo accorti che la sua sola presenza ha favorito enormemente l’osservanza delle regole minime che consentono una convivenza pacifica, poiché capita spesso che, se “nessuno vigila” sul rispetto di quelle regole, finisca col prevalere la logica della prevaricazione  e, quindi, della legge del più forte.

Tornando a questo nostro ospite, si tratta di un malato psichiatrico, la cui patologia lo ha reso, come dicevo, pericoloso per sé e per gli altri. Poco tempo fa ha ricevuto il secondo decreto di espulsione, ma non prenderà mai l’aereo; non ha neanche i soldi per prendere la metropolitana. E poi, per andare dove, dal momento che non ha nessuno? La mia speranza, se così posso dire, è che un giorno sia fermato dall’Autorità competente, la quale si renda conto di avere di fronte una persona straniera, malata, che ha bisogno di essere curata. E come lui ci sono tanti Italiani che si trovano nelle stesse condizioni. Il tema del rapporto tra giustizia penale e cura del disagio psichico e psichiatrico è fortissimo. Anche perché tantissime delle persone che vivono per strada alla fine si ammalano di mente.

Già per un italiano, intraprendere un percorso di cura psichiatrica è cosa complessa. Figuriamoci per uno straniero, che non ha nessuno che lo indirizza, che lo tutela o che lo accompagna al Servizio.

Il tema del rapporto tra giustizia penale e cura del disagio psichico e psichiatrico è fortissimo. Anche perché tantissime delle persone che vivono per strada alla fine si ammalano di mente

Qui, come si vede, torniamo sempre alle domande di fondo: che cosa è quella persona per la società? È un costo? È un portatore di problemi? È un errore, uno “scarto”? Oppure è una persona della quale mi devo prendere cura perché anche io sono un essere umano? È giusto che come società ci si debba difendere dalla criminalità e dal male causato da comportamenti pericolosi, ma come lo dobbiamo fare? Di certo, noi non dobbiamo diventare disumani.

  

Giustizia sociale e giustizia penale: qual è il rapporto tra le due?

Io credo che uno Stato debba educare i propri cittadini al vivere sociale, a comportarsi correttamente. Se una persona viola una regola fondamentale del nostro vivere insieme, lo Stato deve fermarla. Lo deve fare, però, cercando di intercettare le origini del suo disagio, cercando di comprendere i motivi per cui il fatto è stato commesso e, poi, cercando anche di far capire a colui che ha agito che una vita al di fuori della delinquenza è una vita migliore. Pertanto, penso che debba essere valutata con attenzione la forza della giustizia penale, perché, per quello che vedo, essa non ha l’obiettivo di rialzare una persona, rieducarla e aiutarla a rientrare in un percorso di vita buono. Anzi, a volte, la pena correttiva produce più che altro un girone infernale dove colui che entra esce peggio di come è entrato.

Tornando alla questione dei costi… ci chiediamo mai quanto ci costa, come società, una persona in carcere? Quanto ci costa reintegrarla? A mio parere, occorre rivedere i processi, lo sguardo con cui gestiamo queste cose. Non è una questione di carità, ma è una questione di onestà, di pulizia mentale. Ancora una volta, dovremmo sempre chiederci: chi è la persona (indagata, imputata, condannata, internata) di cui ci stiamo occupando? Quanto vale per noi cittadini l’altro? Cosa siamo disposti a fare perché una persona non vada all’inferno? Anche perché, è bene saperlo, quando noi mandiamo all’inferno qualcuno, state tranquilli che non ci andrà da solo. Qualcuno se lo porterà dietro. E quindi il costo sociale, l’avvelenamento sociale, l’inquinamento sociale aumenta di conseguenza.

Ancora una volta, dovremmo sempre chiederci: chi è la persona (indagata, imputata, condannata, internata) di cui ci stiamo occupando? Quanto vale per noi cittadini l’altro? Cosa siamo disposti a fare perché una persona non vada all’inferno? Anche perché, è bene saperlo, quando noi mandiamo all’inferno qualcuno, state tranquilli che non ci andrà da solo

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ISSN 2612-677X (website)
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