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Fascicolo 5/2019

Pubblichiamo, per gentile concessione della rivista The New York Review of Books, la nostra integrale traduzione dell’articolo di J. Rakoff, Our Lying Eyes, in The New York Review of Books, April 18, 2019[1].

 

L’identificazione dell’imputato da parte di un testimone oculare rappresenta spesso una delle prove più critiche e decisive nell’ambito di un procedimento penale. «Riconosci in questa aula la persona che hai visto sparare il colpo fatale?» domanda il pubblico ministero. «Sì» risponde il testimone, indicando l’imputato e aggiungendo, a ulteriore conferma: «non dimenticherò mai la sua faccia».

Tuttavia, in realtà, il testimone oculare spesso si sbaglia: le identificazioni erronee dei testimoni oculari sembrano essere, da sole, la principale causa degli errori giudiziari. Ad esempio, si è fatto riscorso a tale strumento di prova in oltre il 70% degli oltre 360 casi che Innocence Project ha poi dimostrato, attraverso l’analisi del DNA, essersi conclusi con un’ingiusta condanna. In quasi un terzo di questi casi, inoltre, sono stati accertati molteplici errori di identificazione dell’imputato. Per fare un confronto, la seconda causa principale delle erronee condanne, ossia le false dichiarazioni dei c.d. “testimoni esperti”, ha interessato il 45% di questi casi, mentre il terzo fattore più frequente, rappresentato dalla falsa confessione del reo, ha riguardato circa il 30% dei casi.

Se alcuni testimoni oculari hanno avuto contatti precedenti con l’individuo identificato come l’autore del reato (come nel caso, ad esempio, del vicino di casa che assiste all’atto di violenza del marito nei confronti della moglie), per molti non è così, posto che vedono l’imputato solo una volta, al momento della consumazione del reato. Il che, peraltro, rende in un certo senso più forte la testimonianza di questi ultimi, perché essi non hanno motivo di mentire. Non avevano alcun rapporto con il reo, hanno avuto semplicemente la sfortuna di vestire i panni dello spettatore o peggio, della vittima. In entrambi i casi, l’incontro con il reo non rappresenta un avvenimento per loro facile da dimenticare, e la giuria ritiene generalmente credibile questo genere di testimonianze.

Qual è la ragione dei frequenti errori dei testimoni oculari? A volte, le condotte improprie del personale investigativo giocano un ruolo importante, come nel caso in cui l’agente di polizia, nell’ambito della procedura di identificazione, invita il testimone oculare a «osservare bene il soggetto numero tre», o nell’ipotesi in cui il testimone identifica – provvisoriamente – come l’autore del reato proprio colui che, tra i presenti, gli inquirenti sospettano essere il responsabile, e l’agente di p.g. commenta: «bel lavoro». Tuttavia, le ragioni principali degli errori di identificazione da parte dei testimoni oculari hanno a che fare con i limiti intrinseci alla percezione e alla memoria umane, le quali non possono essere eliminate facilmente, o non possono esserlo affatto. In alcuni casi, si tratta di limiti palesi. La capacità di un testimone di percepire il volto del reo sarà influenzata dalla luce, dalla distanza e dall’angolo visuale, dall’acutezza visiva del soggetto, dal lasso di tempo nel quale il testimone oculare ha avuto modo di osservare il reo e da eventuali fattori di distrazione, come ad esempio la presenza di una pistola. Allo stesso modo, i ricordi tendono a svanire nel tempo, il che può influire sulla precisione con cui il testimone oculare è in grado di ricordare un volto visto diverse ore, o giorni, o persino settimane, prima.

Le ragioni principali degli errori di identificazione da parte dei testimoni oculari hanno a che fare con i limiti intrinseci alla percezione e alla memoria umane, le quali non possono essere eliminate facilmente, o non possono esserlo affatto

Importanti ricerche indicano, d’altra parte, che molte persone sopravvalutano la propria capacità di percepire e ricordare volti che hanno visto solo una volta e che ciò che ricordano si riferisce principalmente ad alcune caratteristiche generali, come ad esempio la circostanza che il soggetto aveva la mascella quadrata, o aveva i baffi[2]. Le medesime ricerche mostrano altresì l’esistenza di numerosi altri fattori in grado di influenzare e distorcere le percezioni e i ricordi di un testimone oculare. Ad esempio, un filone di studi accurati risalenti agli anni ’80 ha accertato un fenomeno che viene oggi chiamato “effetto altra razza”: «i testimoni oculari hanno meno probabilità di commettere errori nell’identificazione di un individuo della propria razza rispetto a un soggetto di razza differente»[3]. Sono state formulate diverse teorie per spiegare il fenomeno, la cui esistenza è tuttavia oggi sostanzialmente pacifica.

Un’ulteriore causa di errore, meno scontata, ha a che fare con la nota tendenza dei ricordi a unirsi tra di loro nel tempo per “colmare le lacune”. Un testimone oculare che non conosce l’identità del reo, ad esempio, molto spesso si sentirà chiedere dagli inquirenti di procedere a una ricognizione personale o di visualizzare una serie di foto che includa uno o più possibili sospetti, per verificare se il testimone è in grado di individuare il responsabile della condotta illecita. In quelle occasioni, il testimone può avere anche solo un vago ricordo del fatto di reato, ma tipicamente osserverà con attenzione le persone o le fotografie poste dinanzi a sé prima di pronunciarsi (laddove effettivamente lo faccia). Al momento della testimonianza resa nel corso del processo, tuttavia, il vago ricordo originario dell’autore del reato si sarà spesso fuso con la memoria formata in occasione della – molto più scrupolosa – osservazione condotta nell’ambito della ricognizione o dell’esame fotografico, così che il testimone affermerà, in assoluta buona fede, di ricordare un dettaglio particolare, come una cicatrice sul volto del reo, al momento del crimine, anche se, in realtà, la sua percezione di quel dettaglio discende dalla ricognizione o dalla visione delle foto. Più in generale, come riassunto in un recente articolo del New York Times, «i ricordi formatisi durante un evento traumatico si trasformano in una commistione di ciò che il soggetto percepisce della realtà e delle persone che lo circondano, e dei frammenti che il suo cervello è stato in grado di codificare»[4].

I ricordi formatisi durante un evento traumatico si trasformano in una commistione di ciò che il soggetto percepisce della realtà e delle persone che lo circondano, e dei frammenti che il suo cervello è stato in grado di codificare

Anche i pregiudizi diffusi sono suscettibili di distorcere l’identificazione dell’autore di un reato da parte di un testimone oculare. Ad esempio, anche se un poliziotto ben addestrato invita espressamente il testimone a non partire dal presupposto che una delle persone osservate in sede di ricognizione, o in occasione dell’esame delle foto segnaletiche, sia effettivamente il sospettato, la maggior parte dei testimoni oculari presumerà che uno o più dei soggetti mostratigli siano effettivamente inclusi nella lista dei sospettati, e questo aumenterà la probabilità di esito positivo dell’identificazione.

Certo, non tutte le ricognizioni e le analisi delle foto segnaletiche condotte dagli agenti di polizia sono svolte con la giusta attenzione, e molti degli interventi operati negli ultimi decenni in merito alle procedure di identificazione da parte dei testimoni oculari si sono concentrati sulla necessità di prevedere metodi investigativi meno suggestivi, come ad esempio quello di far condurre la ricognizione, o l’esame fotografico, a personale di polizia non personalmente coinvolto nelle indagini riguardanti quel crimine. L’obiettivo di questa riforma è eliminare la possibilità che l’agente suggerisca al testimone oculare, anche solo attraverso il linguaggio del corpo, una determinata scelta. Simili riforme, per quanto utili, sono però in gran parte irrilevanti nella prospettiva della risoluzione dei problemi di fondo connessi alla percezione umana e alla memoria, che sembrano essere la causa principale di un così ampio numero di false identificazioni.

Alcune di queste identificazioni errate appaiono a dir poco sorprendenti. Basti considerare i seguenti tre casi.

Nel 1984, Kirk Bloodsworth fu condannato a morte con l’accusa di violenza sessuale e omicidio ai danni di una bambina di nove anni, a Baltimora. Pur nell’assenza di prove materiali o indiziarie in grado di collegare Bloodsworth al fatto di reato, non meno di cinque testimoni oculari sostennero di aver visto l’imputato in compagnia della vittima, o sulla scena del crimine. A quell’epoca, i test del DNA non erano ancora utilizzati nell’ambito della giustizia penale; il primo caso americano nel quale questo tipo di analisi ha fatto ingresso, su impulso del pubblico ministero, nelle aule di giustizia, risale al 1988, e gli avvocati difensori hanno iniziato a farne uso solo alcuni anni dopo. Nel 1993, l’analisi del DNA effettuata sui campioni di liquido seminale rinvenuto sulla biancheria intima della ragazza ha rivelato che il responsabile non era Bloodsworth, ma qualcun altro, il quale ha successivamente confessato. Per fortuna, Bloodsworth non era stato giustiziato e fu rimesso in libertà quello stesso anno.

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Sempre nel 1984, una studentessa universitaria di nome Jennifer Thompson venne violentata a Burlington, nel North Carolina. Quando le fu mostrata una serie di sei foto segnaletiche, la ragazza identificò provvisoriamente Ronald Cotton come il suo aggressore, affermando inizialmente: «penso che sia questo il ragazzo». Al momento del processo, tuttavia, la Thompson testimoniò che era «assolutamente sicura» che Cotton fosse l’uomo che l’aveva violentata. Cotton venne condannato all’ergastolo. Oltre un decennio dopo, il test del DNA operato sui campioni dello sperma prelevato dalla sua vagina subito dopo il crimine rivelò che lo sperma apparteneva in realtà a un altro uomo, che venne messo sotto accusa, e Cotton fu liberato.

Nel 1974, James Bain fu condannato in Florida per aver usato violenza su un bambino di nove anni. Sebbene ciò avvenne molto prima dell’introduzione del test del DNA, il sangue trovato nel liquido seminale prelevato dalle mutande del ragazzo era del gruppo B, mentre il gruppo sanguigno di Bain era AB. Ciononostante, la giuria ne ha decretato la condanna, principalmente sulla base dell’identificazione di Bain fatta dal ragazzo; identificazione che la vittima aveva più volte confermato nel corso del processo, a partire dal primo riconoscimento fotografico. Anni dopo, in seguito all’introduzione del test del DNA, Bain presentò alla Corte quattro diverse istanze scritte, chiedendo che venisse effettuata l’analisi de test del DNA sui campioni di sperma, ma tutte e quattro le richieste furono rigettate. Alla fine, solo dopo aver ottenuto l’assistenza di un avvocato e dell’Innocence Project of Florida, a Bain fu concesso il ricorso al test del DNA, i cui risultati lo scagionarono completamente. Bain fu rilasciato nel 2009, dopo aver scontato trentacinque anni di pena detentiva per un crimine che non aveva commesso.

In ognuno di questi casi, se non fosse stato per il test del DNA, gli imputati sarebbero rimasti in carcere, o sarebbero morti. D’altra parte, i campioni di DNA spesso non sono disponibili, o sono rilevanti ai fini delle indagini relative alla maggior parte dei reati. Si potrebbe ragionevolmente inferire, quindi, che numerosi imputati attualmente detenuti siano stati condannati ingiustamente sulla base di testimonianze oculari inesatte. E si può altresì ritenere che, mentre alcune di queste identificazioni inesatte possono essere state il prodotto di procedure di polizia suggestive, una percentuale ben maggiore di esse siano il risultato dei limiti percettivi e della memoria, propri della specie umana.

Si potrebbe ragionevolmente inferire […] che numerosi imputati attualmente detenuti siano stati condannati ingiustamente sulla base di testimonianze oculari inesatte

Come dovrebbe essere affrontato dal sistema giudiziario questo problema apparentemente irrisolvibile? Il fatto che le ricognizioni effettuale dai testimoni oculari siano spesso inaffidabili è stato riconosciuto dalla Corte Suprema già nel 1967 in casi come United States v. Wade, Gilbert v. California, e Stovall v. Denno, nell’ambito dei quali la Corte si è concentrata sulla necessità della presenza dell’avvocato difensore all’atto della ricognizione, per prevenire eventuali scorrettezze. Fu solo un decennio dopo, nel 1977, che la Corte Suprema, in Manson v. Brathwaite, affrontò la questione della validità delle identificazioni che risultassero il prodotto di metodi investigativi fortemente suggestivi, come nell’ipotesi – di cui al caso Manson – in cui al testimone venga mostrata una sola fotografia. Nel caso Manson e nella maggior parte dei casi successivi ci si è concentrati soprattutto sull’identificazione e sull’eliminazione di pratiche di questo tipo, le quali rappresentavano l’aspetto più semplice da risolvere, nell’ambito del problema connesso all’imprecisione delle testimonianze oculari.

Sebbene ci sia ancora molto da fare, sono stati compiuti numerosi passi in avanti. Almeno nove stati, ora, prescrivono che le ricognizioni, sia personali sia a mezzo di fotografie, siano condotte “alla cieca”, cioè da un ufficiale di polizia che non abbia familiarità con le indagini. In molte giurisdizioni si richiede altresì che gli organi investigativi procedano alla ricognizione personale e all’esame fotografico secondo linee guida volte a minimizzare il rischio di condotte suggestive. Inoltre, undici stati oggi fanno obbligo di indicare a verbale il grado di sicurezza iniziale del testimone che effettua l’identificazione, e di mettere il documento a disposizione della difesa. Se, da un lato, non vi sono dubbi in merito alla necessità di ulteriori riforme – come la previsione di norme che impongano di documentare, tramite videoregistrazioni, l’intera procedura di ricognizioni (e, possibilmente, anche le reazioni dei testimoni), e l’introduzione di forme di addestramento del personale investigativo che conduce le ricognizioni, così da scongiurare il pericolo di suggestioni anche involontarie –, dall’altro lato, quello delle procedure di polizia è un terreno sul quale è certamente possibile intervenire, con misure concrete, per ridurre al minimo gli errori.

Tuttavia, né le corti né gli organi inquirenti hanno fatto granché per affrontare il problema più importante connesso alla testimonianza oculare, ossia l’imprecisione dovuta ai limiti di fondo insite nella percezione e nella memoria umane. Sebbene la decisione del caso Manson inviti i giudici federali a escludere l’ammissibilità della testimonianza oculare, in ragione non solo delle suggestioni da parte della polizia, ma anche dei profili di debolezza di cui si è detto, tale invito, essendo stato rivolto ai giudici prima che fossero disponibili la maggior parte delle ricerche sui difetti meno evidenti della percezione e della memoria umane, nei fatti ha portato raramente alla predetta esclusione.

Né le corti né gli organi inquirenti hanno fatto granché per affrontare il problema più importante connesso alla testimonianza oculare, ossia l’imprecisione dovuta ai limiti di fondo insite nella percezione e nella memoria umane

Più di recente, comunque, alcune corti statali, in particolare nel New Jersey, hanno cominciato a sperimentare un approccio diverso: informare i giurati sui più sottili limiti della percezione e della memoria dell’uomo, capaci di influenzare il processo di identificazione dei testimoni oculari, oppure consentire a testimoni esperti di rendere dichiarazioni su questi limiti. Purtroppo, i risultati dei primi studi riconoscono a tali misure un’efficacia modesta. Per un verso, infatti, i giurati tenderebbero a interpretare le istruzioni del giudice, specificamente riguardanti l’identificazione da parte del testimone oculare, come una sorta di messaggio velato di sfiducia nei confronti del testimone stesso; pertanto, anziché cercare di distinguere quali identificazioni siano maggiormente suscettibili di essere state influenzate dai fattori menzionati dal il giudice, i membri della giuria finiscono con l’ignorare in toto le istruzioni ricevute. Per altro verso, la testimonianza esperta spesso si trasforma in una battaglia tra i consulenti di entrambe le parti, le cui rispettive conclusioni, secondo gli studi, vengono del tutto ignorate dalla giuria[5]. In entrambi i casi, ciò che emerge è che i giurati non hanno ancora affrontato seriamente il difficile compito di distinguere tra le ricognizioni affidabili e quelle che invece non lo sono.

A mio parere, le predette misure non tengono neppure conto del fatto che la stragrande maggioranza dei procedimenti penali – oltre il 95% – si concludono con un patteggiamento o con transazioni stragiudiziali, che non richiedono l’accertamento dei fatti da parte di un giudice o di una giuria. I processi veri e propri, invece, sono oggi in gran parte nelle mani dei pubblici ministeri, che dispongono di una discrezionalità pressoché illimitata nel decidere chi dovrà essere indicato come imputato, in relazione a quale titolo di reato, e in che modo deve essere portata avanti l’accusa[6]. Per quanto tutto ciò sia decisamente spiacevole, è improbabile che possano verificarsi cambiamenti nell’immediato futuro. Pertanto, la cosa migliore da fare, ora, per ridurre la frequenza di identificazioni imprecise da parte dei testimoni oculari, è di garantire una formazione ai pubblici ministeri, mediante appostiti corsi all’inizio della loro carriera, in merito ai rischi di errore, che continuano a sussistere anche quando le procedure di polizia siano state svolte perfettamente e non siano dunque passibili di contestazione. Forse le corti non sono in condizione di prevedere una simile formazione (ma lo sarebbero certamente gli organi dell’esecutivo e del legislativo); nondimeno, esse potrebbero farsi portavoce della predetta esigenza e chiedere con forza l’adozione di procedure ad hoc.

La stragrande maggioranza dei procedimenti penali – oltre il 95% – si concludono con un patteggiamento o con transazioni stragiudiziali, che non richiedono l’accertamento dei fatti da parte di un giudice o di una giuria

Merita, poi, di essere menzionato anche un altro fattore importante ai fini dell’attenuazione i questi problemi. Per molti reati comuni, come la rapina, la presenza di telecamere di sorveglianza all’interno degli esercizi commerciali e degli edifici ha reso gli organi di polizia un po’ meno dipendenti dalle identificazioni da parte dei testimoni oculari. Si dovrebbe, pertanto, incoraggiare una maggiore diffusione dell’utilizzo degli strumenti di videosorveglianza. Certo, si tratta di una soluzione solamente parziale del problema, non soltanto perché gli autori di reato fanno di tutto per evitare di essere scoperti, ad esempio indossando maschere, ma anche perché la maggior parte dei crimini violenti è commessa da individui non mascherati, in luoghi come vicoli e case private in cui non sono presenti videocamere.

Per il sistema giudiziario, dunque, quella della testimonianza oculare costituisce una sfida diversa da qualsiasi altra. In molti casi, l’unica prova diretta della responsabilità di un soggetto in relazione a uno specifico reato è rappresentata dalla testimonianza oculare. Tuttavia, la scienza moderna lascia intendere che gran parte di tali testimonianze è intrinsecamente inaffidabile, e i membri della giuria non sono in grado di prendere atto prontamente, con la loro esperienza, di tale circostanza. Il risultato, purtroppo, è un’alta probabilità di condanne ingiuste.

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[1] From The New York Review of Books. Copyright © 2019 by Jed S. Rakoff

[2] Salvo dove diversamente indicato, la ricerca a cui si fa riferimento in questo articolo è riassunta in uno studio condotto dal Committee on Scientific Approaches to Understanding and Maximizing the Validity and Reliability of Eyewitness Identification in Law Enforcement and the Courts della National Academy of Science, Identifying the Culprit: Assessing Eyewitness Identification (National Academies Press, 2014). L’autore del presente articolo, insieme al prof. Thomas D. Albright dell’Istituto Salk, è stato co-presidente del comitato che ha condotto lo studio e ha redatto il rapporto.

[3] G.L. Wells, E.A. Olson, The Other Race Effect in Eyewitness Identification, in Psychology, Public Policy, and Law, Vol. 7, No. 1, 2001, p. 230.

[4] S.E. Garcia, Jazmine Barnes Case Shows How Trauma Can Affect Memory, in The New York Times, January 6, 2019.

[5] Per una disamina più completa di questi studi preliminari, vedi J. S. Rakoff, E.F. Loftus, The Intractability of Inaccurate Eyewitness Identification, in Daedalus, Vol. 147, 2018, pp. 90 ss.

[6] Si veda il mio articolo Why Innocent People Plead Guilty, in The New York Review, 20 novembre 2014.

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