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09.07.2019
Michele Passione

Poi gli cavarono gli occhi perché nessuna immagine, neppure nell’ora della morte, potesse suggerirgli il gusto della compassione

Del carcere e della pena*.

Fascicolo 7-8/2019

È un privilegio raro trovarmi qui con Voi a ragionar di carcere e pena, spigolando tra i carrugi di Fabrizio, le tracce dei suoi pensieri che oggi appaiono fiumare, esposte al chiasso di voci urlanti.

Il diritto penale, secondo De André, dice il titolo.

Io non sono un cinghiale, e neppure laureato in matematica pura, come del resto Faber, per sua stessa ammissione, grazie a Mina non è diventato avvocato, «soprattutto a vantaggio dei suoi virtuali assistiti»[1].

“Sono” un avvocato; non un filologo, non un critico musicale, non un sociologo.

Non posso dunque misurarmi con l’analisi dei testi, diventando improbabile esegeta di un pensiero libero e lirico.

Vorrei invece tentare di rintracciare tra le tante cose scritte e dette il senso di una mia antica convinzione, che non si può parlare di carcere e pena, e lavorare su questi temi, senza conoscerli profondamente, senza interessarsi davvero a chi quei luoghi abita, suo malgrado. Mi consola pensare che, come diceva Faber, c’è «poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore»[2].

Spero di poter contare sulla vostra indulgenza.

Per quanto ne so, Fabrizio De André non è mai stato in carcere a scontare una pena, ma le persone in carcere per lui non son mai state vite inutili, vuoti a perdere, essendo sempre stato interessato a chi manca il bersaglio, agli imperfetti, ai perdenti, a chi inciampa, ai matti, a chi non ha voce (tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole)[3], capace di trovare diamanti tra il letame e gocce di splendore.

Negli anni ‘70 fu schedato in un fascicolo intitolato “Brigate Rosse, varie”[4]; una paranoia dell’epoca, quasi da ridere.

Poco da ridere, invece, il 27 agosto del 1979, quando avvenne il rapimento, e fu galera sarda, all’Hotel Supramonte[5]. Lo stesso giorno l’Ira fa saltar per aria nella baia di Donegal l’ultimo Vicerè d’India, lord Mountbatten, cugino della regina Elisabetta d’Inghilterra, e due esplosioni uccidono a Warrenpoint 18 soldati inglesi, in una rappresaglia per la Bloody Sunday.

Invece, non c’è (pre)giudizio nelle sue canzoni, nelle sue poesie; non c’è ricerca di spiegazioni.

Non ne ha Il pescatore[6] verso l’anonimo assassino, mentre “qualche beghino” si compiace dell’impiccagione degli autori del Delitto di paese[7].

* * *

Carcere, pena, giudizio e potere.

Sono anelli concentrici, tasselli indispensabili di un sistema che costruisce marginalità, che a Fabrizio interessa e mette a nudo. Lo fa scegliendo strade diverse, cifre differenti, segnalando come le verità del potere siano le verità di oggi[8].

Senza pretesa di coerenza e completezza, ed anzi lasciando un quaderno sul tavolo, possiamo rintracciare uno sguardo cangiante, una danza immobile[9], nel suo modo di cantare la galera.

Si parla di amore e morte nella cella del Michè[10], della pietà negata e della libertà ritrovata con la corda (o negata, a Geordie[11], sia pure con la corda d’oro).

Si parla di comandamenti e legge, tre volte inchiodata nel legno, a imperitura memoria, nella veemenza de Il testamento di Tito[12]; del resto, un ladro non muore di meno, si può fare.

C’è il carcere dei diversi, respinti e allontanati, in un sistema che non contempla l’eccezione alla regola, come per Princesa[13].

C’è l’esercizio del potere, che come diceva Shakespeare è possibilità di far male («…well the evidence is clear, gonna let the sentence son fit the crime. Prison for 98 and a year and we’ll call it even Johnny 99»)[14]; gli uomini fanno la loro storia (anche se, la storia la scrive chi vince)[15], ma ottengono spesso il contrario di quello che credevano.

Fabrizio non parla solo del carcere come istituzione, ma ha la capacità di raccontare in modo dissacrante chi dispone della perdita della libertà (i poliziotti di Via della povertà[16], che a mezzanotte in punto fanno il loro solito lavoro, metton le manette intorno ai polsi a quelli che ne sanno più di loro; il giudice de Il gorilla[17], che finendo nel prato col primate invoca la mamma… come quel tale cui il giorno prima, come ad un pollo, con una sentenza un po’ originale aveva fatto tirare il collo), rivelandone le miserie, la compromissione col potere e la protervia sottesa al giudizio (imputato, il dito più lungo della tua mano è il medio, quello della mia è l’indice, in Sogno numero due[18]; un giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male[19]).

C’è una favola mondo, un’invettiva con il suono in testa del kazoo e delle sirene, il frinir di cicale (mentre nessuno si fece male, tutti a seguire il feretro del defunto ideale); un quadro apocalittico e brugheliano ne La domenica delle salme[20], dove nell’assolata patria galera c’è chi sconta la pena fino a lasciarci le gambe.

Si muore di carcere, ma anche prima di entrarci (non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte)[21].

Tanti, e diversi, i modi di raccontare della presa di coscienza, il passaggio dall’Io al Noi.

Nell’album concept Storia di un impiegato, il trentenne disperato passa dall’idea[22] all’azione[23] misurandosi con le figure archetipiche che lo hanno fatto prigioniero. Di nuovo il Potere, borghese, familiare, della magistratura. Il verso chiave che ricorre nel disco è per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti, con cui Fabrizio unisce la tardiva adesione ai moti del Maggio con la prigionia de Nella mia ora di libertà. Prima, appunto, ci sono l’ossessione de La bomba in testa, il sogno distruttivo del potere Al ballo mascherato, il confronto con l’Autorità (il giudice e il padre), in Sogno numero due e la Canzone del padre; poi, alla fine, il giudizio – bunueliano e frettoloso – e la galera.

Tralasciando le altre tracce, concentrandoci sull’epilogo, emerge lo sforzo dolente di un’ostentata dignità in un giudizio ostile e indifferente all’Uomo, che si consuma in un attimo.

È l’angoscia della solitudine, tranche de vie privato e muto, che non può essere nominato e descritto; è quell’attimo di buio e lampo, dove tutto si brucia e il niente si schiude, dove bisogna stare, trovando una giusta distanza, offrendo il braccio e il sostegno. È lì che deve stare un Difensore, in quel momento di ghiaccio bollente.

Varcato il portone d’ingresso, in un carcere di tanti anni fa, si fa strada la consapevolezza di una diversa e contrapposta identità dal potere, che esige la presa di distanza da chi quello rappresenta[24] (di respirare la stessa aria di un secondino non mi va, perciò ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà), per poi farsi moltitudine e fratellanza (di respirare la stessa aria dei secondini non ci va, e abbiamo deciso di imprigionarli durante l’ora di libertà), riprendendo la lotta degli sfruttati[25].

Ma il tempo passa, e a distanza di quasi vent’anni il distacco e la rabbia di chi sta dentro cedono il passo a uno sguardo che include chi condivide la pena, a Pasquale Cafiero[26] e a chi, come lui, come loro, vive questa insensatezza di sistema nel carcere dopo Cristo.

E ora? Il Cristo vuole la conciliazione integrale, ma la società degli onesti non la vuole. Il carcere è nato, più che come sanzione, come pulizia della società dai suoi scarti: poveri, vagabondi, mendicanti, sbandati, irregolari d’ogni genere, da offrire in sacrificio all’ordine sociale[27].

Chissà cosa direbbe ora Faber, senza usare stelle filanti, coriandoli e naso finto[28]; cosa direbbe dell’errore e l’inganno con cui si risponde, cosa della tortura, cosa dello spettacolo dei cacciatori di consenso urlanti e degli avvoltoi appollaiati sui piloni del ponte che è venuto giù[29], nella sua Genova; forse che l’anima ognuno se la salva come gli pare[30], o forse ancora che qui ci manca tutto, non ci serve niente[31].

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* Il presente contributo rappresenta una rielaborazione dell’intervento svolto dall’Autore nell’ambito del convegno Il diritto penale secondo De Andrè, che si è tenuto a Parma lo scorso 27 giugno.

[1] Dalle note di ringraziamento dell’album Mi innamoravo di tutto, 1997.

[2] F. De Andrè, Sotto le ciglia chissà, Mondadori, 2016, p. 51.

[3] Un matto, in Non al denaro, non all’amore né al cielo, 1971.

[4] M. Franzinelli, “Quel terrorista di De Andrè”. Così la polizia schedò il cantautore, in La Repubblica.it, 10 gennaio 2009.

[5] Hotel Supramonte, in Fabrizio De André (L’indiano), 1981.

[6] Il pescatore, in Volume III, 1968.

[7] Delitto di paese, in Canzoni, 1974.

[8] F. De Andrè, Sotto le ciglia chissà, cit., p. 91.

[9] M. Scorza, La danza immobile, Feltrinelli, 1983.

[10] La ballata del Michè, in Volume III, 1968.

[11] Geordie, in Geordie/Amore che vieni, amore che vai, 1966.

[12] Il testamento di Tito, in La buona novella, 1970.

[13] Princesa, in Anime salve, 1996.

[14] B. Springsteen, Johnny 99, in Nebraska, 1982 («l’evidenza è chiara, lasciamo che la sentenza sia adeguata al crimine. Prigione per 98 anni più uno, e lo chiameremo Johnny 99» – traduuzione a cura dell’Autore).

[15] F. De Andrè, Sotto le ciglia chissà, cit., p. 51.

[16] Via della povertà, in Canzoni, 1974.

[17] Il gorilla, in Volume III, 1968.

[18] Sogno numero due, in Storia di un impiegato, 1973.

[19] Un giudice, in Non al denaro, non all’amore né al cielo, 1971.

[20] La domenica delle salme, in Le nuvole, 1990.

[21] Un blasfemo, in Non al denaro, non all’amore né al cielo, 1971.

[22] La bomba in testa, in Storia di un impiegato, 1973.

[23] Il bombarolo, in id., 1973.

[24] Nella mia ora di libertà, in id., 1973.

[25] Cfr. R. Danè, nota di copertina dell’album.

[26] Don Raffaè, in Le nuvole, 1990.

[27] G. Zagrebelsky, in Abolire il carcere, a cura di L. Manconi, S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere, 2015, p. 110.

[28] F. De Andrè, Sotto le ciglia chissà, cit., p. 49.

[29] S. Pistolini, “Per quanto voi vi crediate assolti”. Perché il ‘68 di De André è da riascoltare, in Il Foglio, 6 gennaio 2019.

[30] F. De Andrè, Sotto le ciglia chissà, cit., p. 63.

[31] È il murales di 40 metri, fuori dalla stazione metro di Rebibbia, realizzato da Zerocalcare.

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