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29.07.2020
Michele Passione - Francesco Scopelliti - Susanna Arcieri

Covid-19, società e responsabilità

Spunti per un dialogo transdisciplinare

Fascicolo 7-8/2020

Durante gli scorsi mesi, nel pieno dell’emergenza sanitaria da Covid-19, abbiamo chiesto ad alcuni collaboratori di DPU, di diversa formazione e provenienti da differenti campi del sapere, di offrirci il proprio punto di vista, a partire dai rispettivi ambiti professionali e dalle proprie esperienza, su alcune questioni che oggi sono al centro del dibattito pubblico e che riguardano la gestione della pandemia nel nostro paese.

Alla base del nostro invito vi era l’intento (e l’auspicio) di consentire, proprio grazie alla pluralità dei punti di osservazione, di ampliare al massimo l’angolo visuale e di arrivare così quanto più vicini possibile a una comprensione completa ed esaustiva dei numerosi problemi connessi al rapporto tra Covid-19, società e responsabilità.

I primi a rispondere alle nostre domande sono stati Michele Passione e Francesco Scopelliti. Due Autori di diversa provenienza: l’uno (Passione), Avvocato penalista, da anni impegnato, per lavoro e per vocazione, nello studio dei problemi legati al contesto carcerario, con riguardo sia alla fase cautelare sia a quella dell’esecuzione della pena; l’altro (Scopelliti), psicoterapeuta, oggi responsabile Ser.D., Area Penale e Penitenziaria, di un’azienda sociosanitaria milanese, che si occupa da anni della cura dei disturbi correlati all’uso di sostanze e delle dipendenze patologiche.

Dall’unione delle due prospettive nasce questa riflessione, nella quale si intende riassumere i principali spunti e le più stimolanti provocazioni emerse dal colloquio con entrambi gli autori.

Abbiamo chiesto ad alcuni collaboratori di DPU, di diversa formazione e provenienti da differenti campi del sapere, di offrirci il proprio punto di vista […] su alcune questioni che oggi sono al centro del dibattito pubblico e che riguardano la gestione della pandemia nel nostro paese

Vi sono stati errori o ritardi nella gestione della pandemia da parte delle istituzioni italiane, soprattutto nelle prime settimane di emergenza sanitaria? In quale misura avremmo potuto evitare gli eventuali errori commessi?

Secondo Passione, che, in quanto giurista, chiarisce subito di voler limitare la propria riflessione ai profili prettamente giuridici della questione – stante «l’impossibilità di “maneggiare” un sapere scientifico utile a esprimere valutazioni di carattere più ampio» – un dato è quanto mai chiaro:

«credo che uno dei principali errori sia stato proprio quello di una comunicazione all’esterno, affidata a vocis, alla quale si è sostituita una sequela di informazioni distoniche, per forme, tempi e modi, che hanno finito col creare disorientamento ed angoscia, più per l’incertezza del futuro (anche prossimo) che per la pandemia in sé».

In particolare, il problema della comunicazione inefficace e fonte di confusione si è avvertito, sempre secondo Passione, con riguardo sia alla scelta degli strumenti normativi impiegati per regolare la condotta dei cittadini («penso che l’utilizzo disorganico di fonti di dubbia compatibilità con diritti costituzionali, nel loro succedersi le une alle altre, abbia determinato un grande spaesamento ed una difficoltà nel percepire le regole di condotta corrette ed utili»), sia al contenuto degli stessi:

«il Diritto dovrebbe parlare coi precetti, più che con le sanzioni (che in questo caso sono state più volte indicate in maniera diversa, e del tutto prive di tassatività son parse le diverse condotte indicate dal legislatore), ed è necessario che i consociati comprendano e condividano il valore delle regole. Nel nostro caso, invece, la logica infantilizzante e colpevolizzante ha caratterizzato tutta la fase uno».

Del resto, osserva l’Autore, sono stati in molti a segnalare – pur con quale rara, ma preziosa, voce fuori dal coro[1] – il disordine normativo e la strumentalità dell’incedere del Governo durante la pandemia[2].

Il Diritto dovrebbe parlare coi precetti, più che con le sanzioni […], ed è necessario che i consociati comprendano e condividano il valore delle regole. Nel nostro caso, invece, la logica infantilizzante e colpevolizzante ha caratterizzato tutta la fase uno

Michele Passione

In questo quadro di confusione e di incertezza generale da parte delle stesse istituzioni si inserisce uno specifico e delicato problema, rappresentato della risposta data all’emergenza Covid in ambito penitenziario. Una risposta che, secondo Scopelliti, non sempre è stata adeguata alla necessità di tutela della salute, non solo dei detenuti, ma anche degli operatori penitenziari e del personale sanitario in servizio presso le carceri italiane.

«Credo che per quanto riguarda le Carceri si sarebbe dovuto intervenire in modo più tempestivo disponendo delle scarcerazioni al fine di diminuire le presenze all’interno degli istituti di pena. Questo avrebbe permesso di migliorare la vivibilità all’interno degli istituti facilitando anche gli interventi degli operatori coinvolti, interventi che in alcuni momenti sono stati molto rischiosi, anche a livello di incolumità personale. Il non intervento, quanto alla previsione di contesti alternativi alla detenzione, risulta più grave se si considera l’alto numero di persone sottoposte al regime di carcerazione preventiva e, pertanto, a tutti gli effetti, presunte innocenti» spiega infatti Scopelliti.

Le ragioni per le quali non si è provveduto a ridurre maggiormente le presenze in carcere, secondo l’Autore, hanno in gran parte natura politica, e risiedono in particolare «nella paura legata al consenso: concedere qualcosa a chi ha commesso un reato, specialmente in un momento di crisi, non paga in termini di consenso popolare».

Le ragioni per le quali non si è provveduto a ridurre maggiormente le presenze in carcere […] hanno in gran parte natura politica, e risiedono in particolare nella paura legata al consenso: concedere qualcosa a chi ha commesso un reato, specialmente in un momento di crisi, non paga in termini di consenso popolare

Francesco Scopelliti

Del resto, osserva sul punto Passione, «le rivolte dei primi giorni di marzo e le incredibili risposte normative, totalmente dimentiche delle vere risposte da offrire, sono sotto gli occhi di tutti, tranne che del Ministro»[3].

La situazione non è stata però la stessa in tutte le zone di Italia: si sono visti infatti anche alcuni segnali positivi, specie nel contesto milanese, in cui lo stesso Scopelliti personalmente opera e nel quale «si è evidenziata, oltre a una complessiva adeguatezza dei sistemi di cura, anche una sinergia tra l’area sanitaria e l’operato delle Direzioni degli istituti e della Polizia Penitenziaria».

Grazie inoltre all’aiuto dei servizi del privato sociale, è stato possibile superare in modo efficace anche alcuni dei problemi iniziali, come quelli legati alla difficoltà di reperire e fornire i presidi medici di protezione e di individuare tempestivamente i migliori interventi di cura.

«Una situazione, questa, tutt’altro che scontata, viste le difficoltà della convivenza delle diverse competenze legate al mandato istituzionale», osserva infine l’autore.

A fronte di tali errori e ritardi, chi sarà però chiamato a risponderne? Su chi dovrebbero ricadere, cioè, le principali responsabilità legate alla gestione della pandemia?

A questa nostra domanda, Passione risponde con estrema risolutezza: «mi pare inappropriato ricercare responsabilità, quasi fosse questo il tema di fondo», e tuttavia prosegue rilevando che

«è evidente che quando si adottano strumenti normativi che fanno capo al Presidente del Consiglio (DPCM) o la decretazione di urgenza governativa, la rivendicazione di uno spazio decisionale, con tutto quanto ne consegue, sta nell’armamentario utilizzato. Senza negare che possano e debbano segnalarsi errori ed omissioni, occorre tuttavia rifuggere da logiche semplificatorie, “a partire dalla considerazione che la ricerca di un colpevole rischia di diventare la rassicurante individuazione di un capro espiatorio che deresponsabilizza tutti ma, allo stesso tempo, inibisce l’approfondimento dei fenomeni sui quali la pandemia ha impattato, rispetto ai quali la responsabilità è ben più diffusa e generalizzata, generando così l’emergenza che stiamo vivendo e che potremmo vivere anche in futuro”, come è stato scritto su questa rivista»[4].

Mi pare inappropriato ricercare responsabilità, quasi fosse questo il tema di fondo; […] tuttavia […] è evidente che quando si adottano strumenti normativi che fanno capo al Presidente del Consiglio (DPCM) o la decretazione di urgenza governativa, la rivendicazione di uno spazio decisionale, con tutto quanto ne consegue, sta nell’armamentario utilizzato

Michele Passione

Di diverso avviso invece è Scopelliti, il quale, sempre con specifico riferimento alla situazione delle carceri, e in particolare alla mancata, o insufficiente, riduzione dei tassi di sovraffollamento tramite provvedimenti di scarcerazione, ritiene che la responsabilità vada attribuita «alle persone preposte alla gestione del sistema penitenziario» e dunque a «magistrati, Ser.d. e operatori penitenziari», i quali, pura avendo a disposizione strumenti idonei, almeno in potenza, di diminuire il numero di detenuti, hanno «preferito attendere interventi da parte del Governo, evitando l’assunzione delle dovute responsabilità inerenti i singoli ruoli ricoperti».

A un livello più generale, osserva ancora Scopelliti, le suddette responsabilità paiono legate «alla sostanziale inutilità dell’istituzione stessa del carcere, così come oggi è strutturato» e in particolare alla tendenza – di cui l’autore auspica un radicale e prossimo ripensamento – ad applicare la pena detentiva in modo quasi indiscriminato, laddove invece occorrerebbe limitare «il ricorso alla carcerazione soltanto per quelle situazioni a cui non si può far fronte in altro modo», privilegiando invece, nella maggioranza nei casi, l’utilizzo di strumenti e modalità di esecuzione della pena differenti, che consentano ai condannati e agli imputati di evitare l’ingresso in carcere.

Nondimeno, chiarisce Scopelliti, nessuno sarà chiamato, di fatto, a rispondere dei danni provocati dalla pandemia nelle carceri. Anzi, «sarebbe già un grosso risultato se almeno da questa esperienza nascesse una discussione, un confronto che permetta di assumere la consapevolezza che qualcosa si poteva e si doveva fare», sottolinea l’autore.

Nessuno sarà chiamato, di fatto, a rispondere dei danni provocati dalla pandemia nelle carceri. Anzi, sarebbe già un grosso risultato se almeno da questa esperienza nascesse una discussione, un confronto che permetta di assumere la consapevolezza che qualcosa si poteva e si doveva fare

Francesco Scopelliti

In definitiva, pare possibile cogliere un elemento comune nelle riflessioni condivise da entrambi gli autori: uno dei principali fattori che hanno ostacolato una corretta ed efficace gestione della pandemia, dentro e fuori dal contesto penitenziario, risiederebbe proprio nella mancanza di un dialogo effettivo e di un confronto onesto, sia da parte delle istituzioni nei confronti della collettività sia all’interno delle istituzioni medesime: una mancanza che, inevitabilmente, ha generato dubbi e profonda confusione, a tutti i livelli, così rendendo estremamente difficile individuare con la necessaria tempestività le migliori strategie di contrasto alla diffusione del Covid-19.

Sono mancate, insomma, una «visione chiara sul da farsi», e «una chiara comprensione dei diversi bisogni sociali»[5] interessati dalla pandemia, afferma Passione, che, tra gli ambiti della vita sociale più colpiti dagli effetti della pandemia, fa l’esempio della scuola – «sostanzialmente abbandonata a se stessa, con schizofreniche decisioni che (a tutt’oggi) hanno impedito una prosecuzione didattica e (ciò che preoccupa maggiormente) una programmazione per il futuro» – e della Giustizia – «trascurata e svilita in tutti i suoi aspetti, di fatto impedendo che perfino le persone in vinculis potessero sedersi di fronte al loro giudice» –. Ricorda poi anche il problema dell’immigrazione – «oggetto di (tardive e flebili) risposte piegate alla convenienza, fatalmente cavalcate in via strumentale da chi utilizza il capro espiatorio come arma politica»[6] – e quello del lavoro – «il cui sostegno (risibile) trascura per intero le nuove povertà, utilizza strumenti obsoleti e tardivi, misurandosi con il sommerso senza che ci si interroghi sulle cause che lo determinano».

Sono mancate, insomma, una «visione chiara sul da farsi», e «una chiara comprensione dei diversi bisogni sociali» interessati dalla pandemia, afferma Passione.

«Penso che l’assenza di una visione politica imponga a ciascuno di noi di rimeditare sul proprio ruolo nella Società, tentando di superare le moltissime pietre di inciampo che costelleranno il percorso» conclude l’autore.

Penso che l’assenza di una visione politica imponga a ciascuno di noi di rimeditare sul proprio ruolo nella Società, tentando di superare le moltissime pietre di inciampo che costelleranno il percorso

Michele Passione

E Scopelliti gli fa eco: se non saremo capaci di modificare l’impostazione di fondo, osserva, «ci troveremo sempre ad agire cercando di evitare il peggio, e non sempre andrà bene».

Se non saremo capaci di modificare l’impostazione di fondo, […] ci troveremo sempre ad agire cercando di evitare il peggio, e non sempre andrà bene

Francesco Scopelliti

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[1] M. Bignami, Chiacchiericcio sulle libertà costituzionali al tempo del coronavirus, in Questione Giustizia, 7 aprile 2020.

[2] Ex multis: M. De Carolis, La minaccia del contagio, in Quodilibet, 11 marzo 2020; R. Buffagni, Epidemia coronavirus: due approcci strategici a confronto, in Italiaeilmondo., 14 marzo 2020; M. Passione (volendo), Lo Stato di eccezione e lo spirito del gregge, in Ristretti, 16 marzo 2020; N. Urbinati, Non arrendiamoci a tacere e obbedire, in Huffingtonpost, 18 marzo 2020; G. Guzzetta, Lettera al Colle, Il Dubbio, 22 marzo 2020; A. De Angelis, Sconcertante, in Huffingtonpost , 22 marzo 2020; R.M. Rosso, Biopolitica e virus – Effetti politici di un’epidemia globale, in Volerelaluna, 23 marzo 2020; E. Santoro, Legge, ordine e virus, ne L’Altro Diritto, 24 marzo 2020; P. Gervasi, Il nostro pensiero è in trappola da sempre, dobbiamo liberarlo, in che-fare.com, 25 marzo 2020; V. Giacopini, Il prima e il dopo: appunti sulla quarantena, ne Gli asini rivista, 24 marzo 2020; C. Zucchelli, Lo “stato di eccezione” e i pericoli per la Costituzione che finisce violata, ne Il dubbio, 4 aprile 2020; M. Franzini, Il covid – 19 e le diseguaglianze economiche, in Questione Giustizia, 8 aprile 2020; G. Agamben, Contagio, 11 marzo 2020; Chiarimenti, 17 marzo 2020; Riflessioni sulla peste, 27 marzo 2020; Distanziamento sociale, 6 aprile 2020; Fase 2, 20 aprile 2020; Nuove riflessioni, 22 aprile 2020; Sul vero e sul falso, 28 aprile 2020; Biosicurezza, 11 maggio 2020, tutti in Quodilibet.

[3] Volendo, M. Passione, “Cura Italia” e carcere: prime osservazioni sulle (poche) risposte all’emergenza, in Questione Giustizia, 19 marzo 2020.

[4] P. Buffa, Carcere e pandemia, in questa rivista, 1 luglio 2020.

[5] A. Vercellone, La faccia nascosta dell’epidemia, in Doppiozero, 29 marzo 2020, ripubblicato in questa rivista, 15 aprile 2020.

[6] Cfr. P. Oddi, A proposito di regolarizzazione: prima le persone, e Il diritto è negli occhi di chi guarda?, entrambi pubblicati in questa rivista, rispettivamente il 20 maggio e il 17 aprile 2020.

***

3 agosto 2020 Pubblichiamo, di seguito, alcune precisazioni del dott. Scopelliti:

Devo fare una importante precisazione. La mia risposta in merito a questa domanda

A fronte di tali errori e ritardi, chi sarà però chiamato a risponderne?
Su chi dovrebbero ricadere, cioè, le principali responsabilità legate alla gestione della pandemia?

è da intendersi su quanto avvenuto nel contesto nazionale.

Va altresì detto che Milano e Brescia si sono distinti rispetto al resto del territorio con un intervento immediato delle Presidenze del Tribunale di Sorveglianza di Milano, la dr.ssa Giovanna Di Rosa, unitamente alla Presidenza del Tribunale di Sorveglianza di Brescia, dr.ssa Monica Lazzaroni.

È stato immediatamente istituito un tavolo di lavoro che ha coinvolto i Ser.D. del territorio Milanese e i Servizi del Privato Sociale, che ha consentito di elaborare strategie atte a tutelare la salute dei detenuti favorendo l’affidamento “terapeutico” ed “ordinario” nel rispetto della tutela alla salute relativamente alle normative di prevenzione Covid-19.

Questo ha consentito una immediata diminuzione del numero delle persone recluse attenuando le tensioni interne alle Carceri della Lombardia che erano subito emerse con rivolte anche violente.

Questi accordi sono successivamente stati recepiti a livello Regionale Lombardo con ulteriore allargamento su tutto il territorio dimostrando che con esperienza e professionalità e senza decreti o leggi particolari ma con la semplice applicazione dei contesti legislativi esistenti è possibile intervenire in modo adeguato a situazioni critiche di emergenza.

Altro

Un incontro di saperi sull’uomo e sulla società
per far emergere l’inatteso e il non detto nel diritto penale

 

ISSN 2612-677X (sito web)
ISSN 2704-6516 (rivista)

 

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