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Fascicolo 10/2019

Pubblichiamo qui, per gentile concessione editoriale, la lettera di Altiero Spinelli, Esperienze di prigionia, pubblicata ne Il Ponte – Rivista di politica economia e cultura fondata da Piero Calamandrei, anno V, n. 3, marzo 1949, pp. 308 ss.


 

Caro Calamandrei,

durante il mio lungo soggiorno in carcere ed al confino ho naturalmente avuto fin troppo agio di riflettere non solo sulle particolari condizioni in cui vivevo, ma anche sul principio stesso della pena carceraria. Non ho tuttavia pressoché alcuna conoscenza circa la letteratura desmoteriologica, ed ignoro perciò assolutamente se quel che ho pensato sia ormai un luogo comune di quanti hanno meditato su questo argomento o se abbia una qualche originalità e meriti di essere pubblicato. Perciò non ti scriverò un articolo, ma una lettera che mi permetterà di esprimermi confidenzialmente e senza troppo grande impegno.

Durante i miei dieci anni di prigione ho assistito ad alcuni lievi addolcimenti della severità del regime carcerario. La segregazione cellulare è stata ridotta a più piccole proporzioni; la durata delle punizioni in celle di rigore è stata quasi dimezzata; i reclusi hanno visto il loro corredo accrescersi di calze e di una forchetta di legno; le biblioteche si sono arricchite; la pasta asciutta è stata distribuita cinque volte all’anno anziché tre; l’intervallo fra le visite dei familiari è diminuito, e si è ottenuto di scrivere lettere più frequenti. Non si trattava però che di lievi increspature su una superficie che rimaneva monotonamente eguale.

A pensarci bene, credo che, per quanto si voglia trasformare e perfezionare il carcere, non lo si può modificare in modo sostanziale. Naturalmente è possibile migliorare il cibo, rendere più igieniche le celle e le camerate, dare più svaghi e più lavoro, e simili. Ma ciò non altera il dato essenziale, che consiste nel tenere degli uomini in gabbia, nella impossibilità di sviluppare una vita normale, privi quasi completamente di una tutela giuridica. Vorrei perciò parlarti non già di questo o quel difetto da correggere nel sistema carcerario, ma del suo significato profondo.

Dal punto di vista della società il carcere è un metodo come un altro di tener fuori dal consorzio civile quella determinata frazione dell’umanità che non è capace di rispettare certe leggi vigenti e che costituisce perciò un pericolo per la permanenza della società stessa. Si può naturalmente discutere sui modi atti a ridurre quella frazione, ma sta di fatto che in ogni determinata struttura sociale, morale, economica c’è una percentuale quasi fissa di popolazione che delinque e che va tenuta lontana dalla società. Dal punto di vista della sicurezza sociale è indifferente che essa sia esiliata, confinata, imprigionata, uccisa.

Il problema del significato profondo del carcere sorge quando ci si mette dal punto di vista del delinquente, e lo si considera un essere umano, cioè fornito del diritto di essere rispettato malgrado il suo delitto.

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Da questo punto di vista si comprende il carcere preventivo che ha il solo compito di assicurare che il delinquente non si sottragga al giudizio. Ed anche in questo caso molto ci sarebbe da dire circa il modo in cui è organizzato. Il presunto delinquente dopo essere stato arrestato dovrebbe teoricamente essere tenuto in segregazione cellulare fino al momento in cui il giudice abbia concluso l’istruttoria. Di fatto è tenuto segregato solo fino al primo interrogatorio, e viene poi messo in compagnia. Ciò significa semplicemente che egli è messo alla scuola del vizio e del delitto. Le camerate e le celle delle carceri giudiziarie traboccano dei peggiori delinquenti che insegnano con piacere le loro arti. Il presunto delinquente è, nella enorme maggioranza dei casi, un essere incerto che ha soggiaciuto alla tentazione di violare la legge. Nel carcere preventivo impara che ci sono mille modi di violarla, e mille modi di eludere la pena. Contrae amicizie che dureranno anche quando sarà tornato fuori. Il carcere preventivo è una succursale del quartiere di malavita ed ha una influenza corruttrice enorme, soprattutto sui delinquenti giovani.

Una riforma del carcere giudiziario dovrebbe perciò mirare anzitutto a ridurre al minimo la durata della detenzione preventiva. La magistratura penale dovrebbe essere retta dal principio che ogni giorno di permanenza dell’imputato nel carcere preventivo lo spinge un po’ di più sulla via della delinquenza.

Riducendo la durata della prigionia preventiva, si può farla consistere tutta in segregazione cellulare durante l’istruttoria, ed in compagnia libera con familiari ed amici (non con altri carcerati) nell’intervallo fra chiusura dell’istruttoria e giudizio.

Assai più problematico è il caso del carcere penale. Se non erro, il carcere e concepito comunemente come uno strumento di pena e di rieducazione alla vita civile. Per quel che possono valere le mie osservazioni ed esperienze, ti assicuro che si tratta di due grossolane mistificazioni.

L’uomo è nella sua media un animale talmente abitudinario da esser capace di soffrire solo se la pena è di breve durata. La condanna al carcere è sentita come una sofferenza per uno o due anni al massimo. Il condannato soffre per l’interruzione delle sue abitudini, delle sue relazioni umane, dei suoi bisogni sessuali, per il peggioramento del cibo, per la soggezione in cui si trova rispetto ai suoi guardiani. Soffre perché è tutto teso verso la libertà che gli manca. Nei suoi primi anni di prigionia egli fa regolarmente un sogno assai caratteristico. Sogna di essere in libertà ma con l’incubo di dover presto tornare in carcere perché la licenza scade. Dopo pochi anni questo sogno scompare. Col passare del tempo infatti i rapporti con il mondo esteriore diventano qualcosa di evanescente.

Nei suoi primi anni di prigionia egli fa regolarmente un sogno assai caratteristico. Sogna di essere in libertà ma con l’incubo di dover presto tornare in carcere perché la licenza scade. Dopo pochi anni questo sogno scompare. Col passare del tempo infatti i rapporti con il mondo esteriore diventano qualcosa di evanescente

Il prigioniero sente che ormai non si pensa più molto a lui, ed egli stesso non pensa più molto alle vecchie relazioni, salvo che per parlarne, col tono con cui si narra una vecchia storia. Nuove abitudini, imperniate intorno alla vita carceraria, si formano. Nuovi rapporti con i compagni si stabiliscono, con relative passioni, antipatie, simpatie, odi, amori, ed intrighi. Il desiderio sessuale in parte si attutisce, in parte si perverte nella masturbazione e, soprattutto, nella pederastia, che è diffusissima in prigione come in tutte le comunità composte di soli uomini. La minestra quotidiana, il brodo e la carne della domenica, la pasta asciutta delle feste e i supplementi di vitto che si possono acquistare od ottenere dall’infermeria, diventano avvenimenti importantissimi. Fra detenuti e guardiani si stabiliscono complicati rapporti, fatti di sottomissione ipocrita, di tentativi di corruzione per ottenere favori, e di vigilanza diffidente da parte del recluso, e di un misto di bonarietà e di prepotenza da parte del guardiamo.

In poche parole, il carcere diventa una piccola società cenobitica, in cui si vive, cioè si soffre e si gode, si piange e si ride, come in tutte le società. È una vita meschina, monotona, ripugnante a vederla dal di fuori. II posto assegnato ad ognuno non può essere modificato, e perciò non possono svilupparsi ambizioni né in bene né in male, oltre quelle di diventare spazzino o scrivanello. Non ci si può elevare al di sopra, né cadere al di sotto del livello di vita fissato dalle leggi carcerarie. II governo dei guardiani e dei direttori è dispotico, mancando in questa società ogni divisione di poteri fra i governanti; e si verificano perciò abusi ed ingiustizie di ogni genere. Ma anche a questa mancanza di diritti ci si abitua.

Il carcere diventa una piccola società cenobitica, in cui si vive, cioè si soffre e si gode, si piange e si ride, come in tutte le società. È una vita meschina, monotona, ripugnante a vederla dal di fuori

Cosa resta più allora dell’idea della pena? Il carcere è un insieme di regole asettiche imposte al delinquente allo scopo di indurlo a riflettere sul delitto commesso. Ma la purificazione mediante l’ascesi è un procedimento che ha efficacia solo per chi ha la vocazione della santità. E poiché il delinquente non è davvero uno stinco di santo, egli non viene incontro al carcere con animo contrito, ma con l’animo dell’uomo medio che si prepara a studiare le circostanze in cui è ormai obbligato a vivere, per sistemarvisi nel modo migliore possibile.

Chi pensa che una condanna a dieci-venti o più anni di carcere sia una “pena” è, per così dire, vittima di una illusione ottica. Egli resta inorridito e oppresso dalla cifra enorme, e non riflette – cosa che invece sa ogni carcerato – che dieci anni non si fanno tutti d’un colpo, ma un giorno alla volta, e che ogni giorno ha le sue cure. Ricordo che quando, verso la fine della mia prigionia, vedevo arrivare compagni condannati a dieci o più anni di carcere, mi meravigliavo nello scorgerli così tranquilli e sorridenti, e mi chiedevo con uno stringimento di cuore come avrebbero potuto sopportare un cosi lungo periodo di prigionia. Solo riflettendoci constatavo che dieci anni erano né più né meno che il periodo scontato da me, senza nessuna difficoltà.

Ma chi pensa che il carcere, comunque modificato, possa essere uno strumento di redenzione morale e sociale e vittima non di una illusione, ma di una ipocrisia. Il regime carcerario fascista, accanto ai miglioramenti, cui ti accennavo al principio della lettera, ha introdotto nel carcere, ed ha largamente applicato nel confino, la regola che il prigioniero poteva essere liberato prima di aver scontato tutta la pena se teneva buona condotta. Poche istituzioni sono in ugual misura corruttrici dell’animo umano come questa. Il prigioniero è spinto a tutte le bassezze, a tutte le ipocrisie, a tutte le viltà per riuscire a convincere i suoi superiori che egli ha buona condotta. Ed il superiore, fornito com’è di potere dispotico, tende inevitabilmente a considerare come buona condotta il comportamento umile e servile. Dietro quest’umiltà, può fiorire una orrida vegetazione di risentimenti, di cattiverie e di pervertimenti, ma il guardiano non se ne accorge, non può accorgersene. E noto che i migliori carcerati sono i delinquenti abituali, i quali appena in carcere diventano modelli di disciplina e di laboriosità, poiché sanno che è questo il modo di accattivarsi i superiori. Appena usciti dalla prigione tornano a rubare, a truffare, a rapinare.

Cosa resta più allora dell’idea della pena? Il carcere è un insieme di regole asettiche imposte al delinquente allo scopo di indurlo a riflettere sul delitto commesso. Ma la purificazione mediante l’ascesi è un procedimento che ha efficacia solo per chi ha la vocazione della santità

Una delle più impressionati esperienze che ho fatte in carcere è quella degli ergastolani. Chi è condannato a tempo, può essere vecchio, ma ha sempre la speranza di uscire un giorno dal carcere. È questo un piccolo faro che non influisce molto sulla vita quotidiana, ma che pur sempre è acceso e fa pensare alla vita in un altro mondo. Chi è condannato a vita non può contare più i giorni che gli mancano per la liberazione. Egli può contare solo sulla grazia, che gli verrà forse data un giorno, se avrà tenuto buona condotta. L’ergastolano è di conseguenza il detenuto di cui i reclusi più diffidano perché e quasi regolarmente una spia della direzione, un servitore abbietto dei guardiani. Egli dovrebbe portare una matricola scritta in stoffa nera, ma, per poco che si rilassi la severità della regola carceraria, se la toglie e la sostituisse con la matricola su stoffa bianca o verde dei condannati a tempo. Ciò non serve a molto, perché l’ergastolano si riconosce senza difficoltà per l’occhio smorto non ravvivato da altre speranze fuorché quelle fondate sull’abbiezione.

In realtà se si ha un’idea di quel che sia la dignità umana, bisogna dire che nessuno ha il diritto di giudicare sulla redenzione di un altro essere umano, perché chi è obbligato a cercare che un tal giudizio sia reso su lui, è con ciò stesso obbligato a dannarsi.

Ma lasciamo pure queste considerazioni che sfiorano la teologia, ed esaminiamo il problema nel suo solo aspetto sociale. I delinquenti sono normalmente esseri deboli, che non banno saputo proporre a se stessi il rispetto di quei vincoli alla propria libertà che la società esige. È una ben strana maniera di rieducare quella che consiste nello staccarlo completamente da tutta la rete dei rapporti sociali, e nel metterlo in un insieme di regole nuove, per rispettare le quali egli non ha più bisogno di alcun senso di responsabilità.

I delinquenti sono normalmente esseri deboli, che non banno saputo proporre a se stessi il rispetto di quei vincoli alla propria libertà che la società esige. È una ben strana maniera di rieducare quella che consiste nello staccarlo completamente da tutta la rete dei rapporti sociali, e nel metterlo in un insieme di regole nuove, per rispettare le quali egli non ha più bisogno di alcun senso di responsabilità

Il carcerato si alza, si lava, scopa, mangia, lavora, riposa, parla, tace, legge, scrive, va a dormire a suon di campana. Gli si richiede di essere una macchina e nulla più. No ha preoccupazioni di sorta sulla sua esistenza. C’è chi velia per lui.

Si acuisce cioè in modo morboso quella inconsistenza della volontà, che lo ha portato al delitto. E durante un adeguato numero di anni, accanto a questa cura debilitante, se ne fa un’altra. Lo si tiene in compagnia di altri delinquenti. Le conversazioni più eccitanti fra condannati sono quelle che vertono sui loro delitti, sugli errori commessi che hanno portato alla loro scoperta, sull’ammirazione per i delitti rimasti impuniti.

Accade perciò che riacquistata la libertà il delinquente si trova in una società con cui non ha più legami, tenuto in sospetto per il suo passato, con una ancor minore capacità di autodisciplina, con una educazione a delinquere e…. con il miraggio ambivalente di ritornare in quel luogo sicuro che e il carcere.

A dirti la verità, più penso al problema del carcere e più mi convinco che non c’è che una riforma carceraria da effettuare: l’abolizione del carcere penale. Non che voglia con ciò fare una affermazione anarchica. Sono convinto che in ogni società c’è un certo numero di persone che non sanno vivere nella legge e che vanno espulse per sempre o a tempo dalla società. Ma non c’è solo il metodo dell’incarcerarli. Ci sono state società civilissime ed ordinate (quella greca e quella romana) che non conoscevano il carcere penale, ma solo quello preventivo.

Il carcere penale proviene idealmente, se non erro, da un’idea tutta cristiana: maciullare il corpo, perché l’anima si salvi. Non escludo che ciò sia possibile. Ma lo è solo quando è l’anima stessa a decidere di mortificare il proprio corpo, quando l’ascesi è liberamente scelta, e non quando è imposta da una autorità esterna. In tal caso si stritola l’anima prima ancora del corpo.

Se dovessi occuparmi del problema carcerario, sosterrei questa tesi: i delinquenti che si debbono allontanare dalla società, possono, a scopo intimidatorio, essere condannati ad una prigionia dura, ma brevissima, e devono poi essere mandati in una qualche località appartata (isola, colonia o simili) dalla quale non devono andarsene prima del tempo stabilito. Ivi devono poter vivere una vita sottoposta a leggi più severe e più restrittive, ma una vita normale, controllata da regolari magistrati, con possibilità di guadagnare, di sposarsi, di aver casa, di vivere civilmente. La colonia deve conservare il carattere di colonia penale non a tempo indeterminato, ma solo per un certo periodo, fino a che abbia raggiunto le dimensioni di un paese vitale. Dopo scontata la pena, chi si sia ricostituita una vita ordinata e voglia restarvi ha il diritto di farlo, e dopo un debito periodo la colonia si trasformerà in un paese come tutti gli altri con un adeguamento completo alle leggi comuni dello Stato, ed altre colonie saranno via via costruite.

Inghilterra e Russia hanno applicato con modalità rudimentali questo metodo quando avevano i vasti spazi dell’Australia e della Siberia da colonizzare. Oggi il problema e più complesso, ma non insolubile.

In tal modo, mi sembra, si può solo risolvere insieme il problema di eliminare i delinquenti dalla società, e dare tuttavia loro la «chance» che si deve dare ad ogni uomo di ricostruirsi una vita anche dopo che la vecchia è crollata.

A dirti la verità, più penso al problema del carcere e più mi convinco che non c’è che una riforma carceraria da effettuare: l’abolizione del carcere penale […] Il carcere penale proviene idealmente, se non erro, da un’idea tutta cristiana: maciullare il corpo, perché l’anima si salvi. Non escludo che ciò sia possibile. Ma lo è solo quando è l’anima stessa a decidere di mortificare il proprio corpo, quando l’ascesi è liberamente scelta, e non quando è imposta da una autorità esterna. In tal caso si stritola l’anima prima ancora del corpo

Quest’idea andrebbe certamente studiata in tutti i particolari, con un esame delle difficoltà che essa comporta e dei modi occorrenti per superarle, il che non ho la competenza per fare. Te la presento perciò nella speranza che qualcuno la faccia sua e le dia lo sviluppo che mi sembra meritare.

Ti assicuro che quando in carcere leggevo dei delinquenti sacri della Bibbia e delle tragedie greche, dei delinquenti che erano bando dal popolo, ma che bisognava rispettare, se non si voleva incorrere in una maledizione sette volte maggiore, pensavo che queste civiltà dovevano avere un’idea della dignità dell’uomo ben più alta di quella che ha la nostra, la quale chiude in gabbia diecine di migliaia di esseri umani senza nessun senso, poiché con tale misura né annulla il delitto commesso né redime il delinquente.

Naturalmente in tutte queste considerazioni ho tenuto presente solo la delinquenza comune. Altro discorso andrebbe fatto per quella politica, ma la lettera diventerebbe troppo lunga.

Nella speranza di non averti annoiato ti ringrazio dell’occasione che mi hai offerta di esporre alcuni miei vecchi pensieri e ti saluto cordialmente.

Altiero Spinelli

 

 

Altiero Spinelli è nato a Roma il 31 agosto 1907. Avendo cominciato a militare nelle file comunista fin dal 1924, venne arrestato il 3 giugno 1927 a Milano e condannato dal Tribunale Speciale a sedici anni ed otto mesi di reclusione per cospirazione contro i poteri dello Stato.

Rimase in prigione fino all’aprile 1937. Trascorse i dieci anni di carcere a Lucca, in segregazione cellulare durata due anni e nove mesi, a Viterbo ed a Civitavecchia.

Scontata la pena, anziché essere liberato, fu inviato per cinque anni al confino, prima nell’isola di Ponza; e poi in quella di Ventotene. Terminati i cinque anni… nel 1942, gliene furono dati altre tre.

Durante la prigionia ed il confino si staccò dal comunismo, e divenne federalista.

Fu liberato il 18 agosto 1943, dopo la caduta di Mussolini.

Il 27 agosto fondò a Milano insieme a Ernesto Rossi il Movimento federalista europeo del quale è attualmente segretario.

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Un incontro di saperi sull’uomo e sulla società
per far emergere l’inatteso e il non detto nel diritto penale

 

ISSN 2612-677X
ISSN (Fascicoli) 2704-6516