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02.04.2019
Pietro Buffa

N’afè Drôla: ovvero la stranezza dell’ordinaria legalità

Pubblichiamo qui, per gentile concessione dell’Autore, il presente scritto a firma di Pietro Buffa, già consultabile sulla Rivista Questione Giustizia onlinea questo link.

 

«No, i ragazzi non sono qui, sono già andati al campo».

A volte il senso del tuo lavoro e delle norme che lo regolano si materializzano plasticamente in volti, parole e situazioni. Quella era una di quelle volte.

La frase non mi veniva rivolta in un campo sportivo o in un cortile di una scuola. Ero in un carcere, nel carcere in cui lavoravo da dieci anni, e l’interlocutore era un agente in servizio alla portineria di un blocco detentivo e i ragazzi erano uomini fatti e finiti, grandi e grossi, e i loro volti, spesso poco rassicuranti, erano attraversati dai segni del loro passato marginale e criminale.

Solo che, nel frattempo, erano anche diventati giocatori di rugby e formavano una squadra che giocava in serie C. Una cosa strana, n’afè drôla si sarebbe tradotto in dialetto piemontese, considerato che il tutto si svolgeva nel carcere di Torino e infatti questo era il nome di quella squadra, la “Drôla”.

Era nata da un incontro quasi casuale con un signore distinto quanto appassionato, un ex giocatore degli anni ’70 della Nazionale di quello sport, che mi aveva chiesto la possibilità di provarci.

Eccome ci avevamo provato. Avevamo trovato una sezione per poter ospitare a vita comune il gruppo, si era diffuso un avviso in tutti gli istituti della Regione e del territorio nazionale per reclutare il maggior numero di interessati, si erano fatte le selezioni, si era preparato il campo, si erano fatti i conti sul fatto che i pali delle porte erano persino più alti dei muri della cinta, si era convinta la Federazione che quella squadra aveva la necessità di avere il “privilegio” di giocare solo in casa, si era lavorato duro in palestra e sul campo e trovato la collaborazione del personale per incastrare le esigenze di quello sport con i loro turni.

E poi erano arrivate le maglie. Era stato interessante vedere gli occhi di tutte quelle persone osservare quelle maglie rosse con il numero stampato. Tutti arrivavano da carceri strapieni, alcuni da carceri con l’acqua razionata nel corso della giornata, tutti avevano nelle narici il tanfo tipico di quel luogo chiamato carcere, tutti avevano imparato, nel corso della loro vita ai margini e soprattutto delle loro detenzioni, che la regola è farsi i fatti propri, all’occorrenza girarsi dall’altra parte e, se possibile, approfittarne. Il loro futuro, se non segnato, era fortemente problematico.

Ora qualcuno gli consegnava una maglia numerata che li rendeva parte di un gruppo con un obiettivo, se vogliamo effimero, che li indirizzava tutti insieme verso una meta. In molti dei loro volti si leggeva un misto di incredulità e riconoscenza. Era un po’ la prova che si faceva sul serio. Alle promesse seguivano i fatti. Si era investito su di loro. Una volta tanto, una volta di più.

C’era una meta, appunto. Quello sforzo collettivo per portare uno dei tuoi a superare una linea bianca in fondo ad un campo dissestato dove altri omoni grandi e grossi fanno di tutto per impedirlo. E nei loro confronti non puoi risolverla al solito modo violento o vigliaccamente con la fuga. Lì tutti ti guardano, ti giudicano, perché se sprechi l’occasione svilisci e tradisci lo sforzo e il sacrificio di qualcun altro, e poi ci sono le regole alle quali vieni richiamato, innanzitutto dai tuoi compagni ai quali fai un danno se non vi ottemperi e poi dall’arbitro al quale non puoi ribattere. Insomma, apparentemente un manicomio.

E ora eravamo arrivati alla prima partita e io ero andato al blocco per accompagnarli al campo salvo che quell’agente in servizio mi comunicava che i ragazzi erano partiti prima.

Ragazzi? Ma che carcere era diventato. Sono tanti i nomignoli dispregiativi che le due parti si scambiano per rinforzare la linea di separazione frutto di anni di reciproca disumanità e nessuna lascia trasparire familiarità.

Ora quella parola mi colpiva come un maglio. Quella squadra non era solo più l’ennesima avventura di una direzione o il sogno di un vecchio sportivo, era un’esperienza che coinvolgeva anche il personale che operava in quel settore. Era un pezzo del senso del loro lavoro, una parte del risultato che ognuno di noi ha fisiologicamente la necessità di ottenere, al di là dello stipendio.

Difficile trarlo da una quotidianità fatta di tran tran, di sospetto, disillusione, recidiva, cattiveria, senso di inutilità. Oggi invece i ragazzi sono al campo e se la giocano con il Vercelli.

Perdemmo, così come perdemmo quasi tutte le partite del girone di andata del campionato. Non sapevano fino in fondo le regole, reagivano con la forza.

Ma poi c’era il terzo tempo, lo stare insieme con i vincitori di fronte ad un piatto di lasagne in quello che era la loro club house, ovvero la sala polivalente al piano terra del padiglione E. Qui i ruoli si invertivano. Erano a casa loro e facevano gli onori di casa mentre gli altri erano disarmati da quegli spazi, dalla sensazione di essere chiusi in un carcere di fronte ad uno che fuori forse ti avrebbe fatto paura in qualche circostanza. Eppure ora lui ti scodellava le lasagne fatte con cura quel pomeriggio e ti parlava dei suoi sogni e anche dei suoi rammarichi e delle sue sofferenze. Da quella prima volta tutti gli allenatori di quelle squadre sono usciti da lì ringraziandoci per l’opportunità di aver messo i loro ragazzi di fronte a gente con la vita rovinata ma forse in grado di reinventarsela.

Poi, un giorno, si vinse. Si, avete capito bene, si vinse, nel senso che a fine partita tutti, detenuti e personale, gioirono come la notte di Italia-Germania 4 a 3 e io venni fatto saltare in aria tre volte come alla fine di una Coppa Rimet.

Quelle braccia che mi scaraventavano in aria, quelle risate e quelle urla fuori ordinanza del personale, tutto sapeva di fatica coronata, di volontà di rivincita, di lavoro ben fatto, di partecipazione umana, di dignità nella pena e nella professione.

Da quel giorno fu un crescendo di vittorie e a fine campionato erano terzi o quarti. Niente male per una banda eterogenea di criminali che si allenava in un grande carcere metropolitano superaffollato e pieno di problemi. In realtà tutti pensavamo che quella squadra e quel carcere avevano già vinto nel momento in cui i tacchetti delle loro scarpe avevano calpestato per la prima volta il campo.

Ora abbiate pazienza e permettetemi di far saltare le immagini per visualizzare una inquadratura ripresa due anni dopo. Camminavo velocemente per una via del centro di Torino.  Ormai lavoravo in un’altra città da oltre un anno e mezzo e approfittavo del weekend per stare con la famiglia e fare commissioni. Tra la folla vedo una persona che si affretta verso di me fendendo la disordinata massa in movimento. Lo riconosco subito e in un attimo è di fronte a me, con un sorriso largo tra il sorpreso e il compiaciuto. Non ho neppure il tempo di pensare, anzi per la verità mi chiedo come possa essere lì e non dove lo avevo lasciato, ma lui dopo un veloce saluto mi dice «volevo solo farle sapere che sono fuori in affidamento e alleno una squadra di ragazzini che giocano a rugby».

È un attimo, ci scambiamo uno sguardo ci risalutiamo e ognuno per la sua strada. In me rimane una strana sensazione di senso, di pienezza e di fatica ben spesa.

Perché vi ho raccontato tutto questo? Perché ho ritenuto di dover scrivere questo racconto per una rivista di questo genere? Questo non è un racconto di sport ma di giustizia, o meglio di come dovrebbe funzionare la giustizia anche quando cala la sua spada.

Semplicemente perché questa esperienza, così come molte altre, dimostra cosa possa significare interpretare materialmente l’astrattezza delle norme. Fare in modo di generare, così come dice Rodotà discutendo dell’eterna lotta per garantire i diritti, «un’istituzione che sia più che una amministrazione di cose»[1] che senta, cioè, il dovere di rimuovere gli ostacoli che si manifestano nell’ambito delle sue funzioni rispetto ai diritti dei loro affidati.

L’Autore incalza sul tema affermando che proclamare un diritto non significa assicurarne il rispetto, l’applicazione, l’effettività, per tutto questo servono istituzioni che incarnino questa funzione per «prendere i diritti sul serio»[2].

Nella vicenda che vi ho raccontato ci sono tutti gli elementi di questa grande rivoluzione consistente nella semplice circostanza di rispettare il senso delle norme.

C’è una società esterna pronta a proporre iniziative ed un’amministrazione disposta ad accogliere idee ed opportunità senza farsi spaventare né dalle difficoltà da affrontare né dalle probabilità di fallimento e c’è, soprattutto, lo spirito con il quale i membri di quella amministrazione devono sapere affrontare difficoltà e contraddizioni.

È la base di tutto e non a caso le Raccomandazioni penitenziarie internazionali insistono molto su questo punto[3]. Senza quello spirito quei precetti rimarrebbero, e spesso nella quotidianità rimangono, statici ed inespressi, seppelliti da una serie di obiezioni tendenti a sottolineare la complessità del compito o la carenza delle risorse a disposizione.

È in questa inespressività che si annida la radice dell’inumanità delle sanzioni perché un poco per volta sacrifica la dignità delle persone che vi sono soggette.

La carenza delle risorse ha via via giustificato l’erosione degli standard minimi statuiti ma ha anche offuscato la coscienza e la volontà degli operatori e dei cittadini affinché si cercassero vie e soluzioni alternative sino a venir meno addirittura il sentimento dell’indignazione[4] su quel modo di procedere.

È solo il caso di far notare che dare un senso alle cose non ha nulla a che fare con le risorse ma solamente con l’atteggiamento personale che, tutto sommato, non riguarda altro che se stessi e quello si vuole fare della propria vita.

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Rispetto alla storia che vi ho proposto e ai suoi protagonisti e risultati si potrà obiettare che una rondine non fa primavera e che a fronte di una esperienza ben riuscita si ha un solo accenno di reinserimento in quel novello allenatore di una squadra di ragazzini. Troppo poco per parlare di un reinserimento sociale diffuso, solido e duraturo e per fare di quell’esperienza l’ordinario piuttosto che lo straordinario. Sicuramente non è facile controbattere a questi punti di vista salvo dire che comunque lo Stato ha l’obbligo costituzionale di provarci e che perseverare non è un’opzione tra le possibili ma un dovere.

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[1] S. Rodotà, il diritto di avere diritti, Laterza, 2013, p. 196.

[2] Idem, p. 103.

[3] Regola 56 – Regole Minime O.N.U.

[4] Mutuo questo pensiero dall’analisi semantica del parallelo tra dignità ed indignazione, laddove la seconda, riferita a se stessi, diventa importante per affermare la seconda rispetto agli altri, proposta da P. Gonnella, La tortura in Italia: parole, luoghi e pratiche della violenza pubblica, DeriveApprodi, 2013, p. 109.

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