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23.03.2021
Elisa Padoan - Maurizio Franzini

Abusi fiscali e white collar crimes. Perché la rete non cattura i pesci grossi – Ch. 1

Lezioni dai Fincen Files: chi ha paura dei grandi evasori?
Conversazione con Maurizio Franzini

Fascicolo 3/2021

Con l’aiuto degli economisti protagonisti delle nostre conversazioni, continuiamo a ragionare sulla diseguale distribuzione della ricchezza in Italia e nel mondo, sui cosiddetti “crimini dei colletti bianchi” e sulle storture che si riscontrano nell’applicazione pratica della giustizia. Dopo una prima panoramica dei principali temi e problemi, offerta da Giovanna Marcolongo, ricercatrice del Centro CLEAN – Crime: Law and Economic Analysis – dell’Università Bocconi di Milano[1], la nostra indagine prosegue con l’intervista a Maurizio Franzini, Professore ordinario di Politica Economica presso l’Università La Sapienza di Roma, direttore del “Menabò di Etica e Economia”, già Presidente dell’Istat (2018-2019), nonché autore di diversi libri sulle disuguaglianze e sulla distribuzione della ricchezza.

Guarda il video del primo capitolo dell’intervista a Maurizio Franzini, effettuata il 23 dicembre 2020

Pubblichiamo qui il una sintesi del primo capitolo dell’intervista, a firma di Elisa Padoan.

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All’atto pratico, come abbiamo più volte messo in luce su questa rivista[2], la giustizia tende a essere rigida, letterale, severa quando si tratta di “pesci piccoli” e di criminalità spicciola, mostrandosi al contrario malleabile e piena di scappatoie per i grandi ricchi; che siano ricchi che non vogliono pagare le tasse oppure personaggi che si sono arricchiti con attività criminali vere e proprie.

L’intento di queste nostre riflessioni non è naturalmente quello di stigmatizzare la ricchezza in sé, ma di mettere in evidenza i modi, più o meno leciti, attraverso i quali viene movimentato il denaro per sfuggire alle regole di tracciabilità e trasparenza che gli ordinamenti evoluti come il nostro si sono dati, capire quali sono le conseguenze di tutto questo e che tipo di risposte è possibile mettere in campo per arrivare a una giustizia reale e sostanziale.

Tali considerazioni hanno rappresentato il punto di partenza del confronto con Maurizio Franzini, Professore ordinario di Politica Economica presso l’Università La Sapienza di Roma e direttore del “Menabò di Etica e Economia”. Autore di diversi libri sulle disuguaglianze e sulla distribuzione della ricchezza[3], Franzini ha anche svolto, tra il 2018 e il 2019, le funzioni di Presidente dell’Istat.

Intervistare il professor Franzini è stato un privilegio: una persona di grande esperienza e competenza che parla chiaro e va dritta al punto, senza tanti giri di parole e senza timore di affrontare questioni scomode.

Partiamo dall’attualità per chiedere al nostro ospite che idea si è fatto dello scandalo dei FinCEN Files[4] portato recentemente alla luce dal Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (ICIJ), grazie all’analisi di documenti riservati del Tesoro americano riferiti agli anni 2000-2017 e ottenuti da BuzzFeed News.

400 giornalisti di 88 nazioni hanno portato allo scoperto oltre 2000 miliardi di dollari spostati con operazioni sospette da una parte all’altra del pianeta tramite le principali banche sulla scena globale – banche che si sono limitate a trasmettere delle segnalazioni (SAR – Suspicious Activity Report) all’agenzia USA FinCEN – senza l’intervento delle autorità preposte a vigilare.

L’inchiesta, dopo quella famosissima dei Panama Papers del 2016, anch’essa realizzata dall’ICIJ[5], apre così un nuovo squarcio sul riciclaggio di denaro sporco indirizzato verso società offshore, con singole storie che coinvolgono, tra gli altri, trasferimenti di denaro ad opera di narcotrafficanti, terroristi, mafiosi, evasori fiscali.

«Di episodi di questa natura – ci ha detto Franzini – ne abbiamo avuti anche in passato, ma questo colpisce in modo particolare per la vastità del fenomeno e per il numero di banche coinvolte».

Si riscontrano in tale situazione due ordini di problemi: il primo è che le banche che hanno sospetti si limitano a inviare il rapporto e poi continuano tranquillamente le loro attività a supporto di personaggi dubbi quando non manifestamente criminali; il secondo è che spesso queste segnalazioni non danno poi luogo a una significativa attività di intervento. È evidente che si tratta di un sistema nel complesso inefficiente.

Le banche che hanno sospetti si limitano a inviare il rapporto e poi continuano tranquillamente le loro attività a supporto di personaggi dubbi quando non manifestamente criminali

«Tra l’altro – osserva ancora Franzini – dobbiamo considerare che il responsabile di banca che si trova davanti a un criminale e deve firmare per delle operazioni espone se stesso a un rischio enorme, il che rappresenta un forte disincentivo a effettuare le segnalazioni. Anche per questo motivo, non si può delegare solo alle banche un’attività di controllo in cui esse hanno dei grandi interessi in gioco e i singoli individui corrono dei rischi».

Il responsabile di banca che si trova davanti a un criminale e deve firmare per delle operazioni espone se stesso a un rischio enorme, il che rappresenta un forte disincentivo a effettuare le segnalazioni

Lo scandalo FinCEN Files, secondo Franzini, ha avuto tuttavia il “merito” di mettere in moto l’attività legislativa, tanto che:

«Gli Stati Uniti hanno recentemente approvato una legge[6] che, se applicata, permetterà di interrompere la formazione di società di comodo, ossia il veicolo attraverso il quale i proventi di attività illecite di vario genere si possono spostare da un paese all’altro fingendo che si tratti di denaro pulito. Quindi c’è da sperare che scandali di questo genere siano di aiuto per dare un minimo di risoluzione alla questione».

È importante però chiedersi a cosa sia riconducibile l’incapacità del dipartimento USA FinCEN – e il discorso potrebbe estendersi anche ad analoghi enti negli altri Paesi – di intervenire nei casi portati alla luce dallo scandalo: si tratta di scarsa volontà oppure di una sorta di paralisi legata all’ingente mole di informazioni ricevute, da processare con personale e fondi inadeguati[7]?

Franzini sottolinea che, in ogni caso, tutto dipende da come il sistema è stato disegnato “a monte” e in questo caso specifico si potrebbe forse pensare che il sistema è stato disegnato in modo tale da non poter funzionare: se l’agenzia FinCEN non ha sufficienti risorse per essere efficace nel suo ruolo di controllo, significa che non sono stati stanziati fondi adeguati al compito da svolgere.

È una questione di scelte, di priorità.

Se oggi non si può fare granché, è perché ieri si è deciso di non investire su tali attività:

«Quando FinCEN si difende evidenziando le proprie limitate risorse – sottolinea Franzini – probabilmente dice qualcosa di vero, ma allora bisogna chiedersi: perché è stato investito così poco in questa agenzia? La risposta è una sola: si è data poca importanza al fenomeno. La novità legislativa rappresenta ora un piccolo passo in avanti, ma occorre molto altro; soprattutto è indispensabile puntare sulla cooperazione internazionale».

Tutto dipende da come il sistema è stato disegnato “a monte” e in questo caso specifico si potrebbe forse pensare che il sistema è stato disegnato in modo tale da non poter funzionare […]. Se oggi non si può fare granché, è perché ieri si è deciso di non investire su tali attività

La sostanziale impunità evidenziata dalla vicenda in commento porta a chiedersi – e la domanda rischia di essere puramente retorica – se esistono di fatto, nel sistema economico-finanziario, due sistemi di giustizia diversi: uno più indulgente, quasi cieco, dedicato ai ricchi, e l’altro, molto più rigido, rivolto alle persone “comuni”, che tende ad accanirsi sugli strati più poveri della popolazione[8].

Per Franzini questa disparità può essere frutto di “cattive intenzioni”, ma anche di una interpretazione errata di che cosa succede se si interviene a frenare certi meccanismi finanziari internazionali:

«Quello che intendo dire è che rispetto a certi reati finanziari si ha un atteggiamento morbido non solo e non soltanto a causa dei rapporti di potere, ma anche perché si ha paura di interferire con quei meccanismi che poi generano danni all’economia e al funzionamento dei mercati. Questa idea è profondamente sbagliata e bisogna combatterla poiché abita anche nelle menti di chi non ha interesse al proliferare dei comportamenti criminali, che poi in ogni caso vanno a danneggiare l’economia, non certo ad aiutarla».

Rispetto a certi reati finanziari si ha un atteggiamento morbido non solo e non soltanto a causa dei rapporti di potere, ma anche perché si ha paura di interferire con quei meccanismi che poi generano danni all’economia e al funzionamento dei mercati

Dal momento che l’accumulazione di ricchezze illecite aggrava le disuguaglianze sociali ed economiche, è vitale combattere la cd. “criminalità dei colletti bianchi”; una battaglia che, secondo Franzini, va portata avanti facendo leva sulla tendenza degli individui a ragionare in termini di costi/benefici personali.

«Come si fa, in concreto, a modificare la percezione dei benefici di certe azioni da parte di coloro che le mettono in atto? La risposta è soprattutto la certezza dell’applicazione della sanzione adeguata».

Questa affermazione sottende due passaggi altrettanto importanti: in primo luogo, l’individuazione di una sanzione commisurata alla gravità che l’ordinamento riconosce a una determinata attività criminosa; in seconda battuta, l’applicazione certa della pena stabilita, il che ci riporta al tema delle “scappatoie” citato all’inizio, ossia alla possibilità di sfuggire alla concreta applicazione delle norme grazie al denaro e alle relazioni di potere.

Come si fa, in concreto, a modificare la percezione dei benefici di certe azioni da parte di coloro che le mettono in atto? La risposta è soprattutto la certezza dell’applicazione della sanzione adeguata

(Continua…)

 

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[1] E. Padoan, G. Marcolongo, Soldi sporchi. Intervista a Giovanna Marcolongo – pt. 1, in questa rivista, 9 dicembre 2020.

[2] Sul tema, si vedano i numerosi ai contributi pubblicati all’interno del Cantiere “Diritto penale ed economia”.

[3] Tra i quali: Disuguaglianze inaccettabili (Laterza, 2013), Dobbiamo Preoccuparci dei ricchi? (con E. Granaglia e M. Raitano, Il Mulino, 2014); Il mercato rende diseguali? La distribuzione dei redditi in Italia (cura del volume con M. Raitano, Il Mulino, 2018); Un Manifesto contro le disuguaglianze (con il gruppo AGIRE, Laterza, 2018).

[4] Per ulteriori informazioni sulla vicenda, si vedano: E. Padoan, G. Marcolongo, Soldi sporchi, cit.; S. Arcieri, R. Bianchetti, «Abbiamo due sistemi di applicazione della legge e della giustizia nel paese», 30 settembre 2020; S. Arcieri, Reati finanziari e responsabilità dei vertici di banca (ovvero: quando le dimensioni contano), 7 ottobre 2020, tutti pubblicati in questa rivista.
Sullo stesso tema si rinvia altresì ai seguenti articoli pubblicati su DPU – il blogSei proposte urgenti per il contrasto al riciclaggio internazionale di denaro, del 23 ottobre 2020, Fincen Files: i numeri della maxi-inchiesta, del 9 ottobre 2020 e Abusi fiscali, riciclaggio di denaro e corruzione: le piaghe della finanza globale, del 30 settembre 2020.

[5] Per una sintesi della vicenda si veda, tra i molti articoli pubblicati, I Panama Papers, spiegati, in Il Post, 4 aprile 2016.

[6] Si tratta del Corporate Transparency Act (S. 1978 e H.R. 2513) pubblicato in questa rivista con nota di S Arcieri, L’esperienza insegna: passi avanti (anche) negli USA verso la trasparenza societaria ai fini della lotta al riciclaggio internazionale, 13 gennaio 2021.

[7] Si veda, sul punto, l’articolo relativo all’intervista Soldi sporchi. Intervista a Giovanna Marcolongo – pt. 1, in questa rivista, 9 dicembre 2020.

[8] Cfr. S. Arcieri, R. Bianchetti, «Abbiamo due sistemi », cit.

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